Storie da Rio de Janeiro: morire con la matita in mano
Redazione 23 luglio 2013 La Gabbianella in...forma

Storie da Rio de Janeiro: morire con la matita in mano

quotidianoStrumenti di lavoro: dalla rassegna stampa gli aggiornamenti sulla situazione internazionale.

Morire con la matita in mano
di Silvia Guidi

L’Osservatore romano, 23 luglio 2013

Rio de Janeiro, 11 giugno 2010. Compito in classe per Wesley de Andrade, undici anni. Tema: «Indicare il maggior problema del tuo quartiere». Per l’alunno tifoso del San Paolo che sognava di fare il pompiere e intervistare eroi del wrestling, non ci sono dubbi: le sparatorie tra polizia e narcotrafficanti. L’incubo più spaventoso delle sue notti. In quattro righe una denuncia contundente ma scontata vista l’incidenza mortale dei proiettili vaganti nella capitale carioca. Poco più di un mese dopo, il 16 luglio alle 9.30, durante la lezione di matematica, una raffica di mitra colpisce la scuola di Wesley. «Abituati all’emergenza quotidiana — racconta Rino Scotto di Gregorio, presidente della onlus Tam Tam Brasile, attiva nel recupero dei ragazzi di strada — i trenta alunni della classe 1502 vanno tutti giù a terra in una sorta di riflesso condizionato. Pochi istanti dopo, ricevuto l’ordine di evacuare l’aula, scattano tutti in piedi tranne uno: Wesley resta a terra senza vita impugnando tenacemente una matita nera, perché un proiettile gli ha attraversato il petto. Una notizia di cronaca nera purtroppo abituale in una città circondata da favelas in perenne conflitto con le forze dell’ordine o contese da bande rivali per il controllo del narcotraffico». Non esistono zone franche a Rio de Janeiro — continua Scotto di Gregorio — «si può morire di proiettili vaganti a Copacabana così come in un lussuoso appartamento di Barra da Tijuca. L’assedio dei cartelli della droga alla metropoli cancella ogni possibile riparo blindato. Tragedie come quella del piccolo Wesley diventano norma, inevitabili effetti collaterali di una guerra istituzionalizzata tra potere pubblico e potere parallelo. Eppure ci sono aspetti di questo dramma inquietanti ma indicativi del tragico paradosso della società carioca. Perché il bambino ha finito la sua corsa, ma i fattori diretti e indiretti che lo hanno ucciso restano e appaiano sempre più assurdi, sempre più inaccettabili». Qualche tempo dopo altri tre alunni della stessa Rubens Gomes (Centro integrato per l’educazione permanente situato in Costa Barros, quartiere nord di Rio de Janeiro) restarono colpiti da pallottole vaganti dentro o nei pressi della scuola; uno di loro, Paulo Gustavo Barros 12 anni, perse la vita. Fatti che avrebbero determinato la chiusura immediata della scuola in ogni angolo del mondo, qui si rimuovono, secondo le circostanze riemergono per qualche commemorazione, quindi ritornano a fare numero nelle statistiche. «Le autorità annunciano a gran voce l’invio di una task-force di psicologi per aiutare alunni e corpo docente dell’istituto crivellato di colpi a convivere con lo stato di cose, con la roulette russa delle balas perdidas. Ieri a Wesley, oggi a Paulo Gustavo, domani a un altro: basta farci l’abitudine. D’altronde, cosa c’è di più divertente che tornare a casa con un buon voto dopo essere sopravvissuti ad una sparatoria?» conclude con ironia amara Scotto di Gregorio, in una delle sue cronache dal «brevemondo», un microcosmo fatto di prostituzione, furti, colla, fame, violenza, in cui si cresce in fretta e, spesso, si muore prima di crescere (Il Brevemondo, Napoli, Eracle Edizioni, 2012, pagine 126, euro 12). Cronache dure, raramente a lieto fine, come la storia del piccolo William da Cruz, «figlio trovato, non cercato, accolto e mai pervenuto, l’alto ideale atteso alla verifica nel suo dirottamento a sud». William è un ragazzo di strada alla disperata ricerca di una libertà illusoria che rifugge da ogni forma di aiuto, fino al prevedibile, tragico epilogo «nella bara costata mille e cinquecento reais, ricoperto di fiori bianchi. Solo il volto sporge dal manto bianco che lo riveste, perché solo il volto è stato risparmiato dalla furia degli assassini». Storie dure e prive di sentimentalismo, narrate con la freddezza di un notiziario di guerra, ma cariche di una ostinata, inossidabile speranza, sostenuta da un profondo amore per la vita, per il mondo e per i suoi figli dimenticati, e dalla certezza che amare non è solo fare qualcosa per qualcuno, ma rivelare ciò che di bello c’è in lui, il suo “centro luminoso”.