Se il terzo settore diventa produttivo
Redazione 8 ottobre 2013 La Gabbianella in...forma

Se il terzo settore diventa produttivo

Unita-081013Strumenti di lavoro: dalla rassegna stampa gli aggiornamenti su Terzo settore e non profit.

L’ analisi
Se il terzo settore diventa «produttivo»
di Stefano Zamagni

L’unità, 8 ottobre 2013

IN TUTTI I PAESI DELL’ OCCIDENTE AVANZATO SI È REGISTRATA NEGLI ULTIMI VENT’ANNI UNA FORTE DIMINUZIONE DELLE FORME TRADIZIONALI DI FILANTROPIA. Questo fenomeno riguarda anche gli Stati Uniti, dove il volume delle donazioni raggiunge oggi il 2,2% del Pil. Si tenga presente che gli Stati Uniti non hanno mai adottato il modello di welfarestate (una invenzione tipicamente europea finanziata con la fiscalità generale), mentre a loro si deve la creazione del cosiddetto welfare capitalism fondato sul «principio di restituzione»: imprese e individui arricchiti devono avvertire come impegno civico l’ obbligo – non il dovere legale – di restituire parte dei redditi che hanno acquisito grazie anche alla comunità cui appartengono. Ecco perché la percentuale del 2,2% è veramente bassa.
È una tendenza preoccupante che può essere tenendo presenti tre argomenti. Il primo è di natura culturale. Si continua a credere che l’unica forma di creatività sia quella profittevole (che genera profitto) e non anche la creatività sociale (che genera valore sociale). A sua volta, questa obsoleta credenza ne sostanzia un’ altra: chele uniche innovazioni degne di ricevere fondi e/o finanziamenti siano quelle industriali. Neppure si sospetta, nel nostro Paese, che vi sono anche le innovazioni sociali, le quali, in una stagione come quella attuale, sono di strategica importanza per lo sviluppo locale dei territori.
Il secondo argomento chiama in causa il versante della finanza. L’innovazione sociale postula l’imprenditorialità sociale. È noto che imprenditore è chi, guidato da un’alta propensione al rischio, sa investire con coraggio e prudenza. Ma come si fa a investire se viene di fatto precluso l’accesso a prodotti o strumenti finanziari adeguati al fine che si vuole conseguire? Certo, se si ritiene che il Terzo Settore debba svolgere funzioni meramente redistributive – come finora è accaduto in gran parte nel nostro Paese – il problema scompare, ma solo perché lo si è eliminato, non certo perché lo si è risolto. In Italia, per essere chiari, non è mai stato fatto nulla di decisivo per dotare il Paese di una «infrastruttura» finanziaria per il sociale, come invece sta accadendo altrove.
Un terzo argomento, infine, è quello della «sindrome delle basse aspettative» di cui sembrano soffrire non poche delle organizzazioni di terzo settore: dall’investimento effettuato non ci si aspetta quasi mai un ritorno adeguato in termini sociali, come se il fatto di non mirare al profitto dovesse giustificare un certo lassismo organizzativo e forme varie di spreco di risorse.
È dunque evidente che se si vuole accelerare la transizione verso un terzo settore produttivo, cioè socialmente imprenditoriale, è urgente mettere in campo nuove idee e prassi filantropiche. Molti segni ci dicono che questa transizione è già in atto. In primo luogo, è chiaro che il nostro terzo settore sta cambiando – sia purea pelle di leopardo- la percezione che esso ha di se stesso: da soggetto residuale che svolge funzioni ancillari a soggetto comprimario nella progettazione e implementazione delle politiche di welfare. Secondo, va mutando il senso, cioè la direzione, del proprio agire: non tanto «additivista», quanto piuttosto «emergentista». In altro modo, i soggetti del nonprofitvanno capendo che loro missione specifica è anche quella di «contagiare» i soggetti for profit. Certi risultati interessanti sul fronte della responsabilità sociale d’ impresa sono la conseguenza proprio di tale effetto di contagio. I dati recenti del Censimento dell’Istat sul non profit sono la più convincente conferma del cambiamento in atto: la crescita del 28% di tali enti sull’arco di un decennio è qualcosa davvero di straordinario.
La nuova filantropia, per accelerare il passo del cambiamento, dovrebbe assumere nuove forme. Primo, si tratta di favorire il legame finanziario diretto dei cittadini con le non profit (imprese sociali e non) sia nella forma di partecipazione a titolo di capitale, sia sotto la forma innovativa del prestito e ciò allo scopo di rafforzare la struttura patrimoniale e di aprire al non profit produttivo la via della «quasi donazione». Penso, in particolare, a uno strumento in crescente diffusione come l’equity crowdfunding: piattaforme in rete volte a raccogliere capitale di rischio (equity) per imprese sociali in fase di start-up.
Secondo, occorre dare presto vita alla creazione di fondi di investimento a carattere sociale (social impact funds) che valgono ad alimentare fondi territoriali di progettualità sull’ esempio di quanto già avviene in Gran Bretagna. C’è poi quel nuovo strumento finanziario noto come social impact bond, già sperimentato con grande successo negli Stati Uniti e in Gran Bretagna.
Infine, bisogna avere il coraggio di porre in atto il principio di sussidiarietà circolare, perché la sussidiarietà orizzontale non è più sufficiente. L’ idea, molto semplicemente, è quella di mettere in interazione strategica le tre sfere di cui si compone la società (la sfera pubblica, quella della business community e quella della società civile organizzata) nel momento sia della progettazione degli interventi sia della loro gestione. Può essere d’interesse ricordare che quella della sussidiarietà circolare è un’ idea squisitamente italiana che risale all’epoca dell’Umanesimo civile (XV secolo) e che, forse per questo motivo, gli italiani non vogliono sentirne parlare.
Il noto antropologo indiano Arjun Appadurai ha recentemente coniato l’espressione «capacità di aspirare» (capacity to aspire) per denotare il grado di partecipazione delle persone alla costruzione delle rappresentazioni sociali, culturali e simboliche che danno forma al futuro, ai progetti di vita. È dal grado di diffusione nella società di questa capacity che dipende il suo progresso civile ed economico. Al pari di ogni altra capacità, anche quella di aspirare può essere coltivata e incoraggiata a crescere.
La nuova filantropia, se ben intesa, deve servire anche a questo.

Stefano Zamagni, economista, è presidente della commissione scientifica di Aiccon ed è statopresidente dell’Agenzia per il Terzo Settore. Il testo è tratto dall’intervento pubblicato dalla rivista Oxygen. Su questi argomentisi terrà oggi a Roma una iniziativa per i dieci anni di attività di Enel Cuore, la onlus di Enel nel campo della solidarietà sociale.