Quel che resta dell’odio quando finisce una guerra e si convive col nemico
Redazione 2 luglio 2013 La Gabbianella in...forma

Quel che resta dell’odio quando finisce una guerra e si convive col nemico

Larepubblica-020713Strumenti di lavoro: dalla rassegna stampa di oggi.

Quel che resta dell’odio quando finisce una guerra e si convive col nemico

Dalle lotte nei Balcani alle primavere arabe, dalle dittature agli scontri etnici: le difficoltà della riconciliazione. Perché dopo i conflitti il percorso verso una pace, vera o apparente, è sempre lungo e a volte impossibile.

di Adriano Sofri

La Repubblica, 2 luglio 2013

Ci sono paesi sequestrati dal proprio passato. In Kashmir si fanno guerra India e Pakistan, due potenze atomiche (tre, con la Cina). Il governo turco non riesce a pronunciare il genocidio degli armeni. La battaglia di Kosovo Polje, 1389, divide i serbi dai kosovari come se fosse avvenuta ieri. Sui rapporti fra Cina e Giappone pesa come un macigno il rifiuto giapponese di riconoscere lo “Stupro” di Nanchino, 1937-38. Che cosa si fa quando una guerra fra gli Stati, o una guerra civile, o una tirannide, finiscono, per preparare una nuova convivenza? La questione antica mette in causa coppie di contrari. La vendetta fu un primo passo verso la giustizia, e ne divenne poi la negazione. Ma qual è il contrario della vendetta, il perdono o la giustizia? Per Gesù, il perdono: “Fu detto: Occhio per occhio e dente per dente… Io dico di perdonare non fino a sette, ma fino a settanta volte sette”. Ma il perdono è della vittima, e di nessun altro in suo nome. La giustizia esercitata per conto della società è un’ altra cosa. Leggo una citazione di Yosef Hayim Yerushalmi: “È possibile che il contrario di oblio non sia memoria, ma giustizia?”. L’ oblio è oltraggioso, ma anche la memoria può soffocare. Nei paesi in cui ci si misura con il trapasso dall’ abuso e la violenza alla democrazia si sono scelti soprattutto i nomi di verità e riconciliazione. La verità allude alla memoria e alla giustizia, senza esaurirle. La riconciliazione allude al perdono, senza usurparne intimità e gratuità. Si chiamò così, prima, nel Cile dopo la sconfitta di Pinochet (quella del film NO). Poi fu la volta dell’Argentina, dove però si chiamò Comisión nacional sobre la desaparición de personas. In un caso e nell’altro si ebbe fretta di sigillare i risultati (parziali ma agghiaccianti) con provvedimenti di impunità. In Argentina, la legge che metteva un “Punto final” al perseguimento dei crimini, nel 1985, ha aspettato vent’ anni d’ essere dichiarata incostituzionale. La Commissione era presieduta da Ernesto Sábato (nel paese delle Madri, contava una donna su 13 membri). Fu in Sudafrica che la Commissione per la Verità e la Riconciliazione, tra il 1995 e il 1998, si guadagnò una risonanza esemplare. Non soppiantava i tribunali, ma li relegava al compito proprio della giustizia penale. Prometteva l’ amnistia in cambio della verità (con la manica stretta: 7112 domande, 849 accolte, rigettate 5392). Nel tribunale i protagonisti sono giudici e imputati, le vittime aspettano. Nella Commissione potevano finalmente raccontare, riconoscersi autrici della nuova comunità. Furono ascoltate 22 mila testimonianze di vittime delle violenze politiche degli anni fra il 1960 e il 1993, e 7 mila confessioni. La pena è personale, come il risarcimento della vittima, la conciliazione è collettiva, riguarda il bene comune. Tutto il paese guardava e ascoltava. C’ è un famoso poemetto di Ingrid de Kok, “Quel che bisogna sapere del dolore”: “L’ arcivescovo presiede la prima udienza.? Il primo giorno, dopo poche ore di testimonianze, l’ arcivescovo ha pianto. Ha appoggiato il capo grigio? Sul lungo tavolo? Di carte e protocolli? E ha pianto. Cameramen nazionali? E internazionali? Hanno ripreso il suo pianto? Le lenti appannate? Le spalle singhiozzanti? La richiesta di aggiornamento”. L’ arcivescovo era Desmond Tutu. (In molti paesi le Commissioni sono presiedute da religiosi: in Cile la commissione “sulla prigionia politica e la tortura”, con monsignor Valech, in Perù col rettore della università pontificia, Lerner, in Sierra Leone col vescovo metodista Humper, aTimor Est col vicepresidente padre Araujo). Il vice di Tutu, Alex Boraine, ha raccontato: “Tutu era così ansioso che queste persone, che avevano sofferto in modo inverosimile, perdonassero, che quasi le spingeva. Alla fine di una sessione, ho discusso con lui. Sosteneva che a noi spettava di aiutare queste vittime a perdonare. Gli ricordai la storia di una donna cattolica dell’Irlanda del Nord, che alla fine si era rivolta al suo prete: “Per favore, la smetta di dirmi di perdonare. Io ora devo fare i conti con la mia rabbia, la mia sofferenza e quello che ho perso in questo conflitto. Verrà il momento in cui sarò pronta a perdonare, ma non adesso”. Tutu era un uomo straordinario, capì immediatamente e non cercò più di spingere una vittima a perdonare i carnefici”. L’ esperienza della TRC è stata mitizzata, come succede. Che un grande paese sull’orlo di una guerra civile ne sia uscito in pace, con un patrimonio di verità enunciata – dall’una e dall’altra parte – è un grande acquisto. La “riconciliazione” ha dato meno frutti, e del resto è un concetto, a declinarlo in positivo, che sfuma nella giustizia sociale. Ma resta un’aspirazione decisiva per uscire dal vicolo cieco dell’odio e del rancore. Non era un modello al tempo in cui il mondo usciva dalla Seconda Guerra. Norimberga – che fu giustizia dei vincitori, e dentro limiti giuridici inadeguati, e contribuì a concentrare sui capi una responsabilità larghissima – inaugurò la ricerca di una giustizia internazionale, e la Germania seppe farla fruttare negli anni a venire. L’ Italia della “Norimberga mancata” (Battini) fu invece la sede della prima amnistia del dopoguerra europeo, giugno 1946, e non cessò più di evocare, anche in parodia, il copione della guerra civile e della pacificazione…


Larepubblica-020713-intervistaL’intervista
Anton Giulio Lana, segretario generale dell’Unione forense per la tutela dei diritti umani
“Mediazioni internazionali, non leggi dell’oblio”

di Roberto Brunelli
Questo è il paradosso: come conciliare verità e giustizia con la necessità della pacificazione dopo anni, magari decenni, di spargimenti di sangue. Per Anton Giulio Lana, segretario generale dell’Unione forense per la tutela dei diritti umani, non bastano i tribunali: oggi sono sempre più necessarie nuove forme di mediazione internazionale.

Da una parte la pacificazione, dall’altra il rischio oblio: esistono strumenti giuridici per superare l’impasse?
«Guardi, possiamo trarre insegnamento dagli esempi che abbiamo sotto gli occhi, Sudafrica, Filippine, America Latina: ricostruire la verità e tenerla in vita vuol dire ridare dignità alle vittime e ai parenti delle vittime. Dall’altro canto è però necessario prevedere aperture ai carnefici, in forma di indulti o amnistie: è una delle condizioni per ricostruire un tessuto sociale che possa garantire una
nuova convivenza. Ma c’è anche un altro strumento, forse poco usato finora: è quello della conciliazione internazionale, ossia mettere in campo mediatori con il compito di trovare gli strumenti per cercare di ricomporre antiche lacerazioni».

Oggi quali sono le situazioni che presentano le maggiori difficoltà dal punto di vista della pacificazione?
«Diciamo che la sfida che oggi ci pongono le primavere arabe è quella legata alla dimensione religiosa. In Egitto, in Tunisia – ma anche in Libia, dove pure c’è l’aspetto dello scontro feroce tra le fazioni etniche – l’integralismo esercita un ruolo che necessita di un approccio nuovo: bisogna agire su un piano culturale.
Non esiste un modello standard da seguire, non bastano i tribunali: ogni paese ha le sue peculiarità, bisogna mettere in atto iniziative comprensibili. Per fare un esempio, in Sudafrica fu decisivo l’aver messo in campo un personaggio come Desmond Tutu».