Quando la cooperazione allo sviluppo non funziona
Redazione 23 settembre 2013 La Gabbianella in...forma

Quando la cooperazione allo sviluppo non funziona

fatto-quotidianoStrumenti di lavoro: dalla rassegna stampa gli aggiornamenti sulla situazione internazionale e la cooperazione allo sviluppo.

Gli orfani della mala cooperazione
di Thomas Mackinson

Il Fatto Quotidiano, 23 settembre 2013

Dopo cinque anni di tagli torna la speranza per l’aiuto allo sviluppo. Ma dalle macerie del disimpegno italiano spuntano progetti lasciati a metà, sprechi e disastri ambientali.

II progetto di punta in Kenya doveva durare due anni, dopo sette non era ancora finito. Le opere finanziate? Ne abbiamo fatte meno della metà e siamo andati via. Donando un impianto d’ irrigazione all’ Honduras abbiamo sì strappato l’ appalto di una diga, ma quando è partito ha allagato i raccolti provocando un mezzo incidente internazionale. Nei Balcani la specialità è barattare aiuti allo sviluppo con incentivi alle nostre imprese, tanto che non ci siamo accorti che centinaia di apparecchi per la dialisi donati alla sanità serba sono ancora in magazzino dopo anni, mai usati. Sono i frutti della “malacooperazione”, la pianta con le radici nella Farnesina e ramificazioni in tutto il mondo capace di prosciugare anche le poche risorse che lo Stato italiano destina alla cooperazione allo sviluppo. Negli ultimi cinque anni è stata praticamente cancellata con un taglio del-l’80% dei contributi diretti e la chiusura di molti uffici di cooperazione (Marocco, Uganda, India, Honduras, Guatemala, Bosnia Erzegovina, Cina e Angola), anche con finanziamenti già erogati e progetti ancora in corso. Oggi il governo si è impegnato a invertire la rotta e riformare la legge del 1987, ma nel frattempo emergono le rovine della ritirata dell’ Italia.
Africa, Sud America, Europa. Le macerie del disimpegno sono ovunque.

IN KENYA il progetto di punta è diventato un caso di abbandono. Lo sanno bene i bimbi dello sperduto villaggio di Ngomeni, 150 km da Mombasa che ancora dormono al buio.
Siamo andati lì, nel distretto di Malindi, per portare la luce, collegare la strada verso Mjanaheri, costruire un centro per la lavorazione del pesce e la coltivazione dei gamberi. Ma a Ngomeni non c’ è nulla di tutto questo e delle 32 opere previste nel distretto 19 sono saltate: 7 scuole, 9 presidi sanitari, due strade, compresa quella che doveva collegare Ngomeni al resto del mondo. La luce lì, non è mai arrivata.
I cinque “esperti” mandati in missione hanno esaurito i fondi per le attività locali prima ancora che i lavori iniziassero, e sono andati via. Non li hanno neppure rendicontati e nessuno – forse anche per il clima da fine impero della cooperazione – lo ha preteso. Si sa invece che la jeep da 55mila euro che doveva essere trasferita alla controparte locale i kenioti non l’ hanno più vista.

NEI BALCANI la ritirata ha ulteriormente rafforzato il potere delle diplomazie e la commistione tra obiettivi umanitari e interessi economici e geopolitici. In Serbia, in particolare, l’ aiuto allo sviluppo è ormai il biglietto da visita della delocalizzazione, tanto che il Ministero ha deciso di chiudere a fine anno l’ ufficio di cooperazione e lasciare a Belgrado quattro diplomatici per soli sette milioni di abitanti, essenziali tuttavia per negoziare col governo serbo condizioni favorevoli a quanti – sull’ onda della Fiat – intendano spostare le produzioni lì, dove gli operai costano 300 dollari al mese, per poi licenziarne in Italia magari, co me ha fatto Omsa a Faenza.
Tutta da chiarire la vicenda del “Protocollo Antonione”, il programma con cui nel 2008 abbiamo finanziato a dono l’ acquisto di apparecchi elettromedicali per cinque milioni di euro. Non è chiaro se siamo stati larghi di maniche noi, magari per ingraziarci il governo serbo e pompare il fatturato delle nostre aziende, oppure se qualcuno laggiù ha speculato sull’ operazione umanitaria. “La salvezza sta marcendo nelle cantine”, denunciano le associazioni di malati renali riferendo di centinaia d’ apparecchi rimasti nei magazzini, ancora sigillati e mai usati, a distanza di cinque anni.

L’ HONDURAS insegna che il frutto amaro non sai mai quando arriva. L’ ha scoperto, suo malgrado, il presidente Manuel Zelaya costretto a mangiare un melone in diretta tv per dimostrare che non era contaminato. Siamo lì dall’ inizio degli anni ’90, quando Maduro in persona assegnò direttamente ad Astaldi una commessa da 65 milioni per costruire una diga nella Valle di Nacaome, tra le più aride del Paese. Aveva 18 milioni di motivi: tramite i fondi per la cooperazione il Ministero degli Esteri aveva finanziato a dono il 76,8% di un acquedotto da 22 milioni. L’ investimento a vent’ anni ha una pessima resa. La diga resta ferma per dieci anni e la capienza è insufficiente a irrigare l’ area da 4.200 ettari destinata a colture. Altri progetti, varianti, consulenze, missioni. Il solo modulo pilota di 14 previsti entra in funzione ma allaga le colture. Per irrigarle, allora, si attinge acqua dal fiume ma il corso deviato dal letto originario investe un rudimentale canale fognario. Risultato: i liquami finiscono nei campi, contantaminano i meloni e Zelaya va in tv. Nella top ten degli sprechi e degli aiuti sgraditi spicca poi il “museo virtuale” donato all’ Iraq nel 2006 e costato 800mila euro, sempre coi fondi di cooperazione. Era così inutile che appena consegnato agli iracheni se lo sono rifatto da soli, con Google, a costo zero.

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MAI PIÙ SENZA. Per la prima volta una serie di progetti di cooperazione allo sviluppo sono stati selezionati tramite un bando di concorso. Non era mai accaduto nella storia della cooperazione italiana. Tre giorni fa il Comitato direzionale della Cooperazione allo Sviluppo ha approvato 57 progetti presentati dalle Ong sulla base di una nuova procedura concorsuale, elaborata consultando anche le Ong, che segna l’introduzione di una valutazione comparativa tra i progetti presentati. I progetti riguardano 25 Paesi e sono statu finanziati con 23 milioni di euro. Vero è che altrettanti progetti per analoghi importi sono stati assegnati ancora senza bando ma con procedure ordinarie. Mala strada sembra ormai tracciata, tanto che il Ministero degli Esteri sta predisponendo già ora i prossimi bandi relativi al 2014, così da anticipare ancora la chiusura delle procedure. Ci sono voluti 2013 anni, ma è davvero una buona notizia.


Larghe intese sulla riforma A spuntarla è la Farnesina
Nori ci sarà un ministero della Cooperazione, la Farnesina la spunta ancora e si tiene a titolo definitivo la regia degli aiuti allo sviluppo. E’ già scritto, anche le limature ci sono ma nessuno fiata per prudenza, per non mandare all’aria un accordo sulla riforma che tutti i governi dicono di volere a parole e nessuno fa. Il governo Letta ci prova con una versione “light” del testo unico di riforma della legge 49/1987 che nella scorsa legislatura aveva ricevuto un primo voto favorevole in Senato. E’ la proposta Mantica-Tonini, ex sottosegratario agli Esteri targato Pdl e senatore Pd che prevede viceministro, fondo unico, agenzia e coordinamento inter-istituzionale insieme agli attori della cooperazione.

Il pacchetto non modifica gli assetti politico-isituzionali e segna una precisa scelta di campo a sfavore di chi voleva una cooperazione radicalmente riformata e autonoma, fuori dal controllo della Farnesina. Non sarà così. E’ prevalsa la linea indicata dal ministro Bonino della “centralità della cooperazione nella politica Estera”. E non solo a parole: il nuovo governo ha subito riportato la cooperazione nell’alveo da cui era uscita con la breve esperienza di Riccardi cui era stato concesso un ministero ma senza le risorse, rimaste sempre di là. La contesa può essere letta insieme come uno scontro di potere, una faida tra ministeri per tre miliardi di curo e una battaglia di bandiera tra chi sostiene la necessità di separare ragioni umanitarie e diplomazia e chi è convinto invece che la cooperazione funzioni solo se incanalata e coordinata insieme a tutte le attività di sviluppo. Tutte questioni che possono ancora minare il cammino della riforma, anche se fonti governative mostrano ottimismo su un accordo anche in Parlamento, dove sono depositate altre due proposte di legge da parte di Sel e Scelta Civica. Tre i nodi politico-istituzionali, a partire dall’assetto generale. Il Pd (e anche il Pdl) volevano tornare al “modello Prodi”, con la cooperazione sotto le insegne della Farnesina e un viceministro dedicato (al tempo fu D’Alema). Monti e Sel la vedevano al contrario, e puntano a cristallizzare in legge l’idea della cooperazione sotto diretto controllo di Palazzo Chigi, attraverso un dicastero specifico. Questo nodo, già risolto nei fatti, è stato messo nero su bianco, tocca solo vedere se passa. Il secondo tema riguarda i fondi, in particolare quei due miliardi che l’Italia attraverso il Mef stacca come una bolletta agli organismi multilaterali (Onu, Fondo Monetario, Banca Mondiale…) sotto forma di contributo. La proposta Mantica-Tonini punta a una regia politica unitaria della risorse che in soldoni significa tutto da una parte, un fondo unico gestito dal Mae_ Non è dato sapere come l’abbia risolta il governo. Il terzo tassello delicato riguarda i fondi gestiti direttamente dalla Farnesina. In paticolare se mantenere l’attuale struttura direzionale o creare un’Agenzia ad hoc che, come ente di diritto pubblico dotato di propria autonomia, possa meglio intercettare finanziamenti e i programmi comunitari. Chi metterci a capo? Il testo passato in Senato, su pressione anche delle Ong, optava per una figura proveniente dal mondo della cooperazione anziché dai ranghi della diplomazia. Anche su questo si attende di sapere chi la spunterà. Un’interpellanza urgente di Sel chiede al ministro Bonino di avere date e notizie certe sulla riforma. Ma la vittoria della Farnesina lo è già.