Petrini, la sfida dell’Africa “Obiettivo fame zero”
Redazione 30 ottobre 2013 La Gabbianella in...forma

Petrini, la sfida dell’Africa “Obiettivo fame zero”

Petrini-AfricaStrumenti di lavoro: dalla rassegna stampa gli aggiornamenti sulla situazione internazionale.

Petrini, la sfida dell’Africa “Obiettivo fame zero”
di Luca Ubaldescht

Nel nuovo saggio Cibo e libertà non esclude che Slow Food possa sciogliersi in Terra Madre, la rete di culture contadine

La Stampa, 30 ottobre 2013

Narzole è un comune di 3500 abitanti in provincia di Cuneo; Mukono, un distretto vicino a Kampala, la capitale dell’Uganda. Sono divisi da circa 5000 chilometri in linea d’aria, ma sono uniti dalla parabola disegnata dall’incredibile avventura di Slow Food. Perché se è nello scandalo del vino al metanolo che Carlin Petrini ha trovato una delle micce capaci di accendere la sua volontà di cambiare l’approccio verso l’agricoltura, la gastronomia, l’enologia, oggi – oltre 25 anni dopo il teatro principale di una sfida partita nelle Langhe è diventata l’Africa, dove anche attraverso gli orti realizzati nelle scuole di una città ugandese si insegue il traguardo individuato dal movimento e dal suo fondatore: «Sviluppare la gastronomia per la liberazione, liberare il mondo dalla fame e dalla malnutrizione. La vergogna deve finire».

Ecco che allora Cibo e libertà, il libro di Carlin Petrini che esce oggi per Giunti e Slow Food editore, segna un possibile momento di svolta per il movimento della chiocciola. Perché se da una parte rilegge le battaglie affrontate e le conquiste ottenute a partire dalla fine degli Anni Ottanta – sociali, culturali, politiche -, al tempo stesso apre a uno scenario imprevisto e disegna una Slow Food 2.0. D’altronde, come confessa nel libro, Petrini ama sparigliare le carte. Sono lontani i tempi in cui i pionieri dell’associazione «camminavano le campagne» (Veronelli dixit) e «liberavano la gastronomia» dagli aspetti puramente estetici per imporre la teoria del cibo «buono, pulito e giusto». Oggi l’obiettivo è diventato «cambiare il mondo, vincendo la carenza di cibo» e cancellando numeri assurdi (1 miliardo di persone malnutrite, 40% del cibo sprecato ogni giorno). Per riuscirci Slow Food potrebbe dover cambiare pelle. «Per dirla tutta – scrive Petrini -, non ho paura che un giorno l’associazione che presiedo e ho fondato, a cui sono ovviamente legatissimo perché rappresenta quasi tutta la mia vita, si possa dissolvere nella forma “liquida” della rete libera». Cioè in qualche modo sciogliersi dentro Terra Madre, la «rete libera» che grazie a Slow Food mette in relazione culture contadine di ogni angolo del mondo, promuove la biodiversità e una nuova consapevolezza dei contadini nel rapporto con la terra e con uno sviluppo sostenibile.

Cibo-libertaÈ la definitiva consacrazione di Terra Madre, uno dei risultati più importanti raggiunti da Slow Food insieme con l’Università delle Scienze Gastronomiche. La rete diventa lo strumento per il cammino immaginato da Petrini, i contadini e i produttori che ne fanno parte, il motore del cambiamento per il futuro. Per essere efficace, però, questa rete deve consolidarsi, diventare più forte. Servono tanti nodi che la tengano insieme, la facciano resistere alle difficoltà. Petrini indica un obiettivo, «10.000 nodi», 10.000 connessioni per scambiare esperienze, cultura, fare fronte comune. Diecimila è un numero magico per Slow Food: in 10.000 sono stati individuati i prodotti da ospitare entro il 2016 sull’Arca del Gusto che deve salvare il pianeta dei sapori, cioè quella biodiversità che Petrini individua come una delle ricchezze più preziose della Terra e come tale da difendere con tutte le forze. E 10.000 sono anche gli orti che da qui ai prossimi tre anni si dovranno realizzare in Africa secondo le indicazioni dell’ultimo congresso internazionale dell’associazione.

Proprio questi 10.000 orti in Africa sono la parte più strategica del progetto che Petrini ha assegnato a sé e a Slow Food. Leggete come descrive un orto scolastico, ancora in Uganda: «Con quell’orto non si fa soltanto educazione per gli alunni, ma per le intere comunità. I genitori sono coinvolti nel progetto e le comunità sono parte attiva nella produzione e nello scambio di sementi e tecniche produttive… L’orto agisce da anello di congiunzione fra la cultura prodotta a scuola e i saperi tradizionali di cui le comunità rurali africane sono custodi… Insegnare a coltivare un orto può significare la salvezza». L’Africa, è perciò la conclusione di Petrini, diventa «il focus privilegiato dei nostri sforzi perché rappresenta il futuro e lo sta dimostrando». È lì che bisogna dare corpo a quella «gastronomia per la liberazione» di cui si parlava all’inizio: cioè favorire lo sviluppo di un’agricoltura e una cucina tradizionali e sostenere l’identità culturale come strumento di emancipazione di un territorio e di una comunità. In Sud America, in particolare in Perù – racconta Petrini – ha funzionato, sta funzionando. Ma per riuscire nella missione «fame zero», ora tocca all’Africa.

Un progetto eccessivamente ambizioso, visionario? Forse. Ma a Petrini non fa certo difetto il coraggio, come dimostrano i risultati raggiunti con Slow Food o il Salone del Gusto. È convinto che «cibo e libertà» sia la formula che gli darà ancora una volta ragione, a patto che ci sia unità di sforzi. Lo scrive a conclusione del libro, e lo fa in dialetto, come sempre gli capita quando deve dire qualcosa di definitivo. «Tuti ansema podoma féila», tutti insieme possiamo farcela.

LA SVOLTA
Da Narzole a Mukono la parabola della chiocciola per battere la malnutrizione

L’OBIETTIVO
Diecimila orti nel continente africano: coltivare la terra come via di emancipazione

Slow Food è impegnata nella realizzazione di orti in Africa. Nei prossimi tre anni: secondo Carlo Petrini «l’orto agisce da anello di congiunzione fra la cultura prodotta a scuola e i saperi tradizionali di cui le comunità rurali africane sono custodi».