Per Mission è l’ora della prova tivù
Redazione 4 dicembre 2013 La Gabbianella in...forma

Per Mission è l’ora della prova tivù

Avvenire-041213Strumenti di lavoro: dalla rassegna stampa gli aggiornamenti su terzo settore e cooperazione.

Per Mission è l’ora della prova tivù

di Tiziana Lupi

Avvenire, 4 dicembre 2013

ROMA – Francesco Pannofino che pianta, in maniera maldestra, alcuni pali di legno nel terreno durante la costruzione di una casa per una famiglia numerosa che vive in una baracca di pochi metri quadri; Emanuele Filiberto che ascolta le parole di un uomo che chiede materiale scolastico per i bambini del villaggio e di una donna che si domanda cosa possa fare per loro la comunità internazionale; Paola Barale che stringe la mano di un bambino di tre anni, al quale hanno ucciso il padre davanti agli occhi, lasciando la madre in stato di choc e incapace di prendersi cura del figlio. Sono solo alcune delle immagini di Mission, il programma che Raiuno propone stasera e giovedì 12 dicembre alle 21.10, mostrate ieri in anteprima a Roma dopo l’ ok in extremis del direttore generale della Rai Luigi Gubitosi che le aveva visionate la sera prima. Due puntate (condotte da Michele Cucuzza e Rula Jebreal) che, ancor prima di essere realizzate, hanno scatenato reazioni durissime da parte di diverse Ong e che sono state accusate di spettacolarizzare il dolore. Perché questo, negli obiettivi di chi l’ ha pensato, dovrebbe fare Mission: portare nella prima serata di Raiuno il dolore e la disperazione dei rifugiati che vivono nei campi profughi di Mali, Sud Sudan, Congo e Cisgiordania. Per farlo, però, si è scelta una strada per molti discutibile. Perché, mentre guardi quelle immagini, ti chiedi: cosa c’ entrano principi, attori e cantanti con quei disperati? Perché, usando le parole del direttore di Raiuno Giancarlo Leone, «per accendere i riflettori su realtà che non sono conosciute, se non a pochissimi, per l’ indecente indifferenza che la televisione offre a queste tragedie», è stato necessario mandare in trasferta un manipolo di vip, talora difficilmente accostabili a ciò che raccontano?
Non sarebbe stato più adatto un reportage, magari accompagnato da quella stessa campagna di raccolta fondi che proporrà Mission?
Leone non ha dubbi: «Senza i volti noti, l’ enorme tragedia dei rifugiati non sarebbe arrivata nella prima serata di Raiuno. Ogni rete nel sistema televisivo ha il suo linguaggio. Quello del reportage non sarebbe stato adatto a noi».
Che, allo scopo di informare e raccogliere fondi per le due importanti Ong coinvolte nel progetto (Acnur- Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, e l’ italiana Intersos), hanno confezionato le due puntate inviando in ‘missione’ (in ordine di apparizione tv) Al Bano e le figlie Cristel e Romina Junior (Giordania), Candida Morvillo e Francesco Pannofino (Mali), Paola Barale ed Emanuele Filiberto (Congo), Lorena Bianchetti e Cesare Bocci (Ecuador), Barbara de Rossi e Michele Cucuzza (Sudan).
Questi hanno trascorso quindici giorni nei campi profughi, affiancati dagli operatori delle due Ong e collaborando secondo le esigenze del campo. Un impegno, peraltro, a pagamento (si è parlato di alcune centinaia di euro al giorno di rimborso spese ma la Rai non conferma né smentisce) perché, sostiene Leone, «è un atteggiamento ipocrita che, se fai qualcosa a fin di bene, devi farlo gratuitamente. Rimane alla coscienza di ciascuno di loro se devolvere o no i loro emolumenti in beneficenza».
Parole che hanno provocato la reazione del presidente della Commissione di Vigilanza Rai Roberto Fico che, dopo avere aperto una istruttoria, invoca «assoluta chiarezza su cosa è questo programma, sui rimborsi spese e sulle griffe indossate dai personaggi ». Fra i primi a esprimere riserve su Mission come espressione di televisione sociale, c’ era stata anche Laura Boldrini, oggi presidente della Camera dei Deputati ma per anni portavoce dell’ Acnur, che aveva criticato proprio l’ utilizzo dei vip. A risponderle lapidario è Laurens Jolles, delegato per il Sud Europa dell’ Acnur: «Lei ora ha il suo percorso politico. Spero che, dopo averlo visto, possa fare una riflessione come tutti quelli che ne hanno parlato prima di vederlo» mentre Nino Sergi di Intersos aggiunge che la parte registrata in studio con ospiti ed esperti «aiuta ad inquadrare ancor meglio le problematiche dei rifugiati». Invece la conduttrice Rula Jebreal, con un paragone un po’ azzardato, afferma: «È giusto far diventare appetibile certi temi grazie a personaggi famosi. Non fanno così anche in America con George Clooney e Angelina Jolie?». Tiene in sospeso il giudizio, infine, padre Giovanni La Manna, presidente del Centro Astalli, il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati: «Ho ricevuto assicurazioni da parte dell’ Acnur sul fatto che Mission non è una trasmissione che spettacolarizza il dramma dei campi profughi, ma che sensibilizza gli italiani. Bisogna dare fiducia a tutti. Aspetto, pertanto, di vedere la trasmissione prima di giudicarla ». Non resta, quindi, che vederla nella sua completezza.

 


A favore
Intersos: «La nostra è una sfida In tv vedrete dignità e non falso pietismo»
di Angela Calvini

Anche noi abbiamo avuto dei dubbi sui personaggi che la Rai ha scelto di inviare nei campi profughi per Mission. Poi abbiamo riflettuto: con quale diritto possiamo dire che una persona non può fare un buon lavoro ed essere sensibile? I risultati ci hanno dato ragione ». Nino Sergi, presidente di Intersos, l’ associazione italiana che da 20 anni si occupa dei rifugiati in aree di crisi e che insieme ad Acnur partecipa al programma di Raiuno, ha sempre invitato tutti a giudicare dopo avere visto. «Anche le polemiche degli ultimi giorni erano false e pretestuose – spiega Sergi -. Noi abbiamo avuto dalla Rai la totale libertà di apportare modifiche ai filmati, e siamo stati attentissimi a dare risalto ai volontari e ai rifugiati. Il risultato finale è quello che volevamo: risalta tutta la dignità di queste persone, senza falsi pietismi». In più Sergi ci anticipa quello che vedremo in studio, dato che le puntate sono appena state registrate. «Nel- la prima Al Bano e le figlie, Pannofino e Candida Morvillo, insieme ai responsabili di Acnur e Intersos e ai conduttori, raccontano le loro esperienze e affrontano le problematiche con serietà. Sono rimasto sorpreso, nella seconda puntata – aggiunge -, dalla grande umanità dell’ attore Cesare Bocci (il Mimì di Montalbano ) e di Lorena Bianchetti, insieme in Ecuador. Emanuele Filiberto e Paola Barale? In studio c’ era ospite don Antonio Mazzi, non ha risparmiato nessuna critica, ma, vi posso assicurare, ne è emersa la loro assoluta sincerità».
Ma perché accettare questo rischio in tv? «Per noi è una sfida comunicativa. Quella di portare milioni di spettatori, attraverso un programma totalmente nuovo, con il linguaggio della prima serata, a conoscenza di problemi e drammi di cui altrimenti non verrebbero a conoscenza».


Contro
Cipsi: «È pornografia umanitaria» Aiart: «Sempre più voci chiedono lo stop»

A poche ore dalla messa in onda, su Mission le polemiche sembrano essersi acquietate, nell’ attesa di vedere il filmato per intero. Ma non si sono azzerate del tutto. Per Cipsi, coordinamento di 37 ong di cooperazione internazionale, il problema non è tanto nel risultato ma nell’ idea stessa: «Non si risolvono i problemi e le emergenze in questo modo. La nostra è una posizione culturale e valoriale radicale: intendiamo denunciare culturalmente e politicamente questo modo di fare informazione, di presentare e trattare i problemi e i diritti delle popolazioni più disagiate, questo modo di raccogliere fondi strumentalizzando la miseria». L’ organizzazione si scaglia con parole pesanti anche contro lo stesso sistema della cooperazione: «C’è una tendenza nel mondo delle organizzazioni internazionali, alla luce della crisi dei finanziamenti pubblici, a ricorrere a tutti i mezzi possibili pur di raccogliere fondi e risorse finanziarie. I rifugiati, le realtà durissime del Sud Sudan, della Re- pubblica Democratica del Congo, i bambini, le donne, le violenze o le miserie di ogni genere, non possono essere oggetto di spettacolo e di pietismo umanitario, al limite della pornografia umanitaria. Ridotti a comparse, i rifugiati rischiano di finire a fare da sfondo a semplici performance patetiche, paternaliste e buoniste dei vip».
Anche l’ Aiart, che nei giorni scorsi aveva invocato a più riprese la cancellazione del programma, ieri è tornata su Mission: «A un giorno dalla messa in onda si intensificano le richieste da parte di molti telespettatori di chiedere alla Rai di sospendere il programma. Dipiace che Gubitosi non sia voluto tornare indietro. Discutiamo l’ utilizzo di una formula spettacolare, peraltro sempre meno apprezzata dai telespettatori. Ci sono modi più appropriati per richiamare l’opinione pubblica su grandi temi umanitari » afferma in una nota Luca Borgomeo, presidente dell’ associazione di telespettatori cattolici. (R. Sp.)