Redazione 7 ottobre 2013 La Gabbianella in...forma

Non bastano stipendi più alti per fermare la fuga dei medici dall’Africa

Non bastano stipendi più alti per fermare la fuga dei medici dall’Africa

Un rapporto pubblicato sulla rivista PloS Medicine analizza il fenomeno che sta impoverendo i servizi sanitari del continente. E afferma che per arrestare l’emigrazione serve migliorare le condizioni di lavoro, prima del trattamento economico

Redattore sociale, 7 ottobre 2013

In esclusiva da News from Africa
NAIROBI – Molti professionisti del settore sanitario stanno lasciando il continente africano per cercare migliori opportunità all’estero. Questo ha provocato un’enorme fuga di cervelli nel settore sanitario e un impoverimento dei servizi in molti paesi, dove i professionisti rimasti in patria non sono in grado di far fronte alla domanda crescente. La situazione è descritta in un rapporto pubblicato da PLoS Medicine, una rivista medica ad accesso libero e revisione paritaria. Il rapporto afferma che nella maggior parte dei casi, la migrazione dei professionisti della salute non è pianificata e rappresenta una “fuga di cervelli” quale risultato delle enormi differenze di stipendio e di condizioni di lavoro mediocri, inclusa la mancanza di supporto, di strutture adeguate e di opportunità di carriera nei paesi d’origine meno sviluppati, in particolare quelli africani.

Secondo il rapporto, quattro paesi (Stati Uniti, Regno Unito, Australia e Canada) insieme danno lavoro al 72% degli infermieri nati all’estero ed al 69% dei medici che lavorano nei paesi dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (Ocse). “L’adozione di politiche specifiche per far fronte alla migrazione internazionale di forza lavoro nel settore sanitario richiede la comprensione degli elementi motore della migrazione locale (verso l’interno e verso l’esterno), così come l’individuazione di strategie politiche basate su prove concrete. La migrazione dei medici africani verso paesi sviluppati come gli Stati Uniti è anche attribuita al fatto che i medici provenienti da comunità urbane privilegiate in Africa, e che non sentono di appartenere alle comunità rurali africane dove sarebbero più necessari, spesso accettano invece – almeno in maniera temporanea – l’ambiente rurale del Nord America.

Il rapporto osserva che i problemi ricorrenti che colpiscono la maggior parte delle nazioni dell’Africa sub-sahariana includono la scarsità di investimenti nell’educazione sulle risorse sanitarie, l’attenzione inadeguata alle pratiche di gestione solidale, limitate opportunità di avanzamento di carriera e sviluppo professionale e scarsa remunerazione ed incentivi. Queste sfide sono spesso il risultato di politiche macroeconomiche sbagliate, con stipendi che impediscono di far fronte ai bisogni del personale sanitario.

Ma quali misure possono essere messe in atto per invertire questa tendenza? Incrementare semplicemente i salari dei medici in Africa ed altri paesi meno sviluppati non è efficace, in quanto ci sono molti altri fattori come le condizioni lavorative, l’abitazione, e l’avanzamento di carriera che giocano un ruolo fondamentale nelle loro scelte di partire. Il recente sciopero delle infermiere e delle levatrici in Liberia, motivato in gran parte da domande salariali, esemplifica le sfide nel trattenere i dottori attraverso incrementi di stipendio selettivi quando questi non sono accompagnati da corrispondenti miglioramenti per altri lavoratori sanitari.

Per la maggior parte dei paesi meno sviluppati, misurarsi con i livelli remunerativi e le opportunità di formazione specializzata e di ricerca disponibili nelle economie avanzate non è realistico nel breve termine, ne è auspicabile considerate le limitate risorse pubbliche. Fra le strategie realistiche di provata efficacia per limitare gli effetti negativi della fuga di cervelli nei paesi africani si annoverano: una maggiore enfasi su strategie di trattenimento non salariali, inclusi il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro; la diversificazione delle varie competenze per sfruttare il potenziale di professionisti sanitari non medici e lavoratori sanitari comunitari e la migrazione circolare, ad esempio attraverso la promozione di un flusso triangolare di talenti e competenze attraverso l’incoraggiamento di alcuni lavoratori sanitari emigranti a ritornare al proprio paese d’origine (Traduzione di Sara Marilungo).