Nella Vigata di Montalbano irrompe la realtà dei barconi
Redazione 1 ottobre 2013 La Gabbianella in...forma

Nella Vigata di Montalbano irrompe la realtà dei barconi

Corriere-della-sera-011012Strumenti di lavoro: dalla rassegna stampa…
Sul Corriere della Sera il commento dello scrittore Paolo di Stefano alla notizia di un Tragico sbarco a Scicli, 13 migranti annegati. Su Il Manifesto l’articolo del sociologo Alessandro Dal Lago “L’occidente chiude gli occhi”. Su La Repubblica il commento di Adriano Sofri con il lancio in prima pagina “Le carrette di Caronte”.

Il commento
Nella Vigata di Montalbano irrompe la realtà dei barconi
di Paolo Di Stefano
Corriere della Sera, 1 ottobre 2013

Potrebbe anche essere la Vigata a geografia variabile del commissario Salvo Montalbano, ma è la costa di Scicli, in provincia di Ragusa, il litorale di Sampieri battuto dal vento. Quante volte questo paesaggio marino ha fatto da set per il personaggio di Camilleri. Ebbene stavolta il «centro più inventato della Sicilia più tipica», lo scenario delle fiction televisive, è diventato il centro reale della tragedia e probabilmente persino il poliziotto dei romanzi più fortunati degli ultimi vent’anni, dove pure non mancano gli sbarchi dei tunisini, sarebbe rimasto paralizzato di fronte a quello spettacolo atroce. Perché la realtà, si sa, quando vuole riesce a essere più nera di qualunque noir.

Fatto sta che del «Ladro di merendine» e di «Una lama di luce» rimane solo il fondale scenografico, una bellezza inadatta alla realtà. Il resto, appunto, è realtà. Una realtà assurda ogni volta rimossa dalle nostre coscienze di popoli che si accontentano del proprio benessere. Storie che si intrecciano in modo convulso, intrecci che neanche l’ingegno del più abile e fantasioso dei narratori saprebbe costruire con tanta crudele perfezione. Il peggio e il meglio dell’umanità, eroi per un giorno; duecento vittime senza nome della miseria e dell’ingiustizia; due approfittatori spietati. Uomini, donne, bambini arrivati dall’Eritrea con un fardello di tragedia sulle spalle e che prima di trovare soccorso vengono colpiti a cinghiate dagli scafisti perché si buttino in acqua e lascino il barcone il più presto possibile. L’incredulità dei pochi turisti di fine settembre. Le urla dei testimoni involontari che si confondono con quelle dei disperati. Bagnini che accorrono, un carabiniere, Carmelo Floriddia, che si tuffa in mare per dare aiuto a due o tre naufraghi che annaspano. Le donne del posto, accorse in grembiule con felpe e coperte. Un bagnante, Massimiliano Di Fede, che prova a soccorrere uno scafista senza sapere che è uno scafista e viene respinto con un pugno in faccia. Nel tentare la fuga per i campi, con altri sessanta compagni di sventura, un migrante viene travolto da un’auto pirata sulla strada provinciale per Ragusa. Una donna che finisce all’ospedale di Modica con altri quattro scampati, e un uomo in gravissime condizioni che viene trasportato d’urgenza al Cannizzaro di Catania. E il vento che infuria, almeno a vedere le immagini, il vento che solleva per aria brandelli di indumenti, stracci, effetti personali, ricordi strappati prima della partenza

all’ultima intimità domestica; il vento che sembra volersi portare via anche i lenzuoli bianchi che coprono i tredici cadaveri distesi sulla spiaggia chiara e finissima: allineati a braccia aperte, se ne intravedono solo le punte dei piedi senza più scarpe né calze. E gli altri, i naufraghi più fortunati, che arrancano sulle dune e tra i rovi selvatici accompagnati dai soccorritori, le teste chine, diretti verso i più vicini Centri di prima accoglienza e poi verso chissà quale futuro. Quante incredibili odissee nel litorale di Montalbano, dove già nel 2005 erano morti 25 migranti, poco distante dalla contrada «Mannara», che significa «mandria» e che Luca Zingaretti deve conoscere bene.

Questa Sicilia orientale, dolce e bellissima, che sembra creata per gli sceneggiati televisivi, per secoli ha vissuto di tutto, scorrerie di pirati, approdi di nemici e di alleati, occupazioni feroci e sbarchi di liberatori stranieri venuti in tuta mimetica da lontano. Mai avrebbe immaginato di diventare terra d’accoglienza per popoli disperati somali, eritrei, etiopi, nigeriani, sudanesi, ghanesi, tunisini -, spinti dalla corrente del Mediterraneo, ma soprattutto dalla corrente melmosa della nostra ipocrisia o della nostra indifferenza perpetua di approssimativi contabili della morte altrui. I venticinque del 2005, più i tredici di ieri, più tutti i corpi anonimi sepolti nel cimitero di Lampedusa, più quelli di Catania, più quelli di Siracusa, più le migliaia di cadaveri rimasti in fondo al mare e di cui non sapremo mai nulla. Li chiamiamo clandestini, ma sono persone (persone) che chiedono asilo ed è arrivato papa Francesco a dirci che ne hanno tutto il diritto. Probabilmente anche stavolta si innalzeranno parole di pietà, molte parole come queste, a dichiarare l’oscenità di uno smisurato olocausto dell’ingiustizia. Intanto domani continueremo ancora a contare: altri cento morti, duecento, trecento, mille… E così sia. Ma nonostante i luoghi possano trarre in inganno, questa non è una fiction.

25 Le vittime annegate nel 2005 nelle acque del mare di Sicilia a poca distanza da contrada «Mannara», nei luoghi che nella fiction fanno da sfondo alle inchieste del commissario Montalbano

L’incredulità dei pochi bagnanti di fine settembre. Tutti che accorrono, uno si tuffa per aiutare chi annaspa

Neanche l’ingegno del più abile narratore saprebbe costruire un simile intreccio con tanta crudele perfezione

 


Il-manifestoPROFUGHI

L’Occidente chiude gli occhi
di Alessandro Dal Lago

Il Manifesto, 1 ottobre 2013

Viene lo scoramento a commentare una volta di più una notizia come quella della strage di Scicli – perché eh strage si tratta. Ma bisogna farsi forza, soprattutto per sfondare il muro delle frasi fatte e dei luoghi comuni che accompagnano sui media queste noti zie. Non si tratta di una calamità, e solo in parte di un delitto degli scafisti, se il loro molo verrà confermato. Perché la responsabilità di stragi di queste proporzioni (poco meno di 20.000 annegati in 25 anni) non è di poche carogne, quanto dei nostri paesi, occidentali, europei e «civili» che non vogliono vedere, non vogliono sapere e soprattutto non vogliono agire.

L’intrepido Hollande e l’astuto Cameron avevano già fatto scaldare i motori dei jet per bombardare la Siria; non vedevano l’ora di ripetere l’exploit libico e stavano trascinando il mondo in una crisi dalle conseguenze imprevedibili; ma non si sognano nemmeno – alla pari di tutti gli altri leader europei – di immaginare qualcosa di

concreto per aiutare chi abbandona paesi in guerra o devastati da una povertà che noi non immaginiamo nemmeno: eritrei, somali, libici, tunisini, egiziani, afghani, siriani e così via. Su tutto questo non c’è una sola idea degna di questo nome, e non parliamo di progetti o programmi. Ci sono le parole dell’Onu e talvolta la solidarietà di bagnanti e altri o che si comportano da esseri umani. Per il resto, silenzio istituzionale, slogan razzisti, campi ed espulsioni.

E non parliamo dell’Italia, il paese meno aperto al mondo in termini di accoglienza dei rifugiati e dei migranti, a onta del simpatico ministro Kyenge, che in queste materie decide ben poco, dato che sono di competenza degli Interni. Stiamo parlando di rifugiati, a cui l’Italia concede ben pochi visti: da noi sono 64.800 circa, poco più di un decimo di quanti non ne accolga la tanto detestata Germania di Angela Merkel (più di 580.000). Persino la piccola Olanda (un decimo della nostra popolazione) accoglie più rifugiati di noi, e non parliamo di Francia e Inghilterra, che alme

no in questo sono paesi più civili dei loro leader politici.

In Italia, a rappresentare un bel contrasto con la solidarietà di bagnanti e cittadini c’è il sempli ce fatto che la quasi totalità del ceto politico e parlamentare condivide, tacitamente o sbraitando, la cultura del «respingimento», per usare il neologismo coniato da qualche funzionario degli Interni. A parole, qualche lacrima di coccodrillo sulle morti in mare, nei fatti linea dura. Gli stressi agenti che magari salvano un migrante che sta annegando devono dare la caccia a quelli che scappano in cerca di sopravvivenza e un po’ di libertà.

Ma c’è qualcuno che sulla questione delle migrazioni dice, se non altro, quello che pensa. P Beppe Grillo che, sul suo blog, ne ha scritte di tutti i colori contro i migranti. Nel 2007 scriveva che i romeni violano i «sacri confini della patria« e oggi che «i veri extracomunitari siamo noi»! Se la pensa così uno che passa da alternativa al sistema, figuriamoci il sistema. Pietà l’è morta, come si cantava tanti anni fa.

La questione essenziale è che nessuno al potere dice quello che chiunque è in grado di capire. Che l’economia e la politica globale, oscillanti tra cicli di guerra e di crisi economiche, producono la realtà da cui i migranti scappano. E che quindi sono responsabili, su un piano politico, più che morale, della loro sorte, del loro «respingimento» e delle loro morti. Se non ci fossero le barriere marine, i migranti non sarebbero costretti a rischiare la vita. Aspettarsi che i leader facciano qualcosa per loro mi sembra impossibile, oggi come oggi. Ma che non riconoscano nemmeno la realtà è insopportabile.


larepubblica011013Le carrette di Caronte
di Adriano Sofri

La Repubblica, 1 ottobre 2013

Nelle  prime fotografie sono ancora pochi e disordinati, scoperti, supini con le braccia spalancate, in croce sulla sabbia. Nelle ultime sono allineati in un ordine pietoso, avvolti in lenzuoli bianchi.
I piedi che fuoriescono, e lasciano vedere che qualcuno ha le scarpe, qualcuno una sola o nessuna. Come mai non hanno tolto le scarpe, prima di buttarsi? Forse non ne hanno avuto il tempo, forse hanno pensato che andare finalmente verso la nuova vita senza scarpe sarebbe stato troppo svantaggioso, o vergognoso. Sono tutti uomini, i testimoni dicono che alcuni dei morti avevano cercato di aiutare i compagni di viaggio. Sono tredici, ma si dice che ci sia un quattordicesimo morto, lo cercano: annegare in tredici, non sta bene. Molti, a riva, sono scappati, ne hanno ritrovati 70, anche una decina di bambini, una donna incinta ed esausta, un’altra donna. Uno, scappando, è stato investito da un’auto. Povero lui, disgraziato anche l’autista. E questo da dove sbuca?- si sarà chiesto. Dall’Eritrea, sbucava dall’Eritrea. É arrivato fino all’appuntamento conl’auto, pirata per giunta, dicono le cronache.

La conosco la spiaggia di Sampieri, ci ho fatto il bagno, tornavo da Scicli. Tutte le civiltà hanno concorso a fare Scicli bellissima, anche i cartaginesi, anche gli arabi. L’Africa era vicina. Sainpieri la conoscono in tanti, c’è “u stabbilimientu bbruciatu”, il rudere della Fornace Penna, una delle stazioni del tour di Montalbano, che si conclude al faro di Puntasecca. Sampieri era un paesino dipescatori, haunalunga spiaggia arrotondata, il 10 agosto ci vanno i ragazzi a migliaia, forse a vedere le stelle cadenti, la gente si lamenta della monnezza che lasciano. Ora la gente è corsa ad aiutare questi naufraghi in cento metri di mare: “sedicenti eritrei”, ha scritto qualche cronaca trafelata. Un carabiniere, il maresciallo Carmelo Floriddia, si è prodigato nel salvataggio. Era in servizio: “Avrei fatto lo stesso se fossi stato in borghese”, ha detto.
La gente ha visto gli scafisti frustare e bastonare i loro passeggeri perché si buttassero in acqua.
Ho riguardato il Caronte di Michelangelo, che percuote con il remo i dannati, scaraventati giù dalla barca, in balia di Minosse. Scena grandiosamente terribile, ma i poveri dannati avevano a che fare là con demonii mostruosi, brutali o grotteschi. Quando succedono davvero, le cose, e i dannati non sono dannati se non dalla sorte e dalla cospirazione di tanti loro simili, Caronte e aiutanti sono ridotti a piccoli infami, somiglianti a tutti gli altri. E nemmeno: “Siccome sono più forte di lui, l’ho fermato”, ha detto il maresciallo. Un momento dopo aver flagellato i propri trasportati erano già difficili da riconoscere, se non avessero avuto l’atteggiamento vile. Ripugnanti. Però nell’ordine della disgrazia, nell’ordine del giorno gli annegati sono gli ultimi, i superstiti i penultimi, e gli scafisti i terzultimi. C’è una lunghissima strada d’ acqua e di deserti da fare a ritroso per arrivare ai terzi e ai secondi e ai primi. Il primo, in Eritrea, si chiama Isaias Afewerki, fu un valoroso combattente per l’indipendenza, poi ha preso il potere e instaurato un governo provvisorio: vent’anni dopo, è ancora là, provvisoriamente. Partito unico, neanche la finzione di elezioni. L’alibi è la guerra. Quella con l’Etiopia si concluse ufficialmente nel 2000, con 70-80 mila morti tra le due parti, in tre anni. In realtà non è mai finita. La sua Eritrea è una caserma-prigione. Il servizio militare obbligatorio per donne e uomini è in realtà un regime di lavori forzati a tempo indeterminato. Sotto i cinquant’anni è praticamente impossibile uscire legalmente dal paese. Chiprotestae cercadievadere finisce ammazzato o torturato nelle galere segrete. Ci sono migliaia di prigionieri che non hanno mai avuto un processo. Chi riesce ad andare lontano dopo aver attraversato il Sudan, e il deserto, e la Libia, e il mare; oppure il Sinai egiziano, e Israele; oppureAden e laTurchia e la Grecia; oppure il Qatar, passando dal Nepal (!) -vive nelterrore d’esser rimandato indietro. E se da qualche parte arriva, la sua famiglia deve temere larappresaglia. Nell’elenco dei cittadini eritrei inghiottiti dal nulla occupano uno spazio ingente i giornalisti. Reporter senza frontiere pensa che perla libertà delle comunicazioni l’Eritrea stia all’ultimo posto, sotto la Corea del Nord. In Libia c’erano, e ci sono ancora, migliaia di eritrei prigionieri. Nel Sinai c’è unavasta industria del sequestro nei loro confronti, a scopo di lucro: riscatto da estorcere ai parenti in Europa, magari smercio di organi. Le donne sono preziose ovunque, in patria e fuori, a scopo di stupro.
L’Italia ebbe colpe imperdonabili, in Abissinia. Il generale Rodolfo Graziani fu prodigo di iprite e di fosgene, e fu entusiasta della loro efficacia. Oggi l’Italia ha rapporti eccellenti col governo eritreo.