Nel nuovo numero di Vita uno speciale dedicato al non profit
Redazione 2 agosto 2013 La Gabbianella in...forma

Nel nuovo numero di Vita uno speciale dedicato al non profit

Vita-non-profitNel nuovo numero del magazine Vita in edicola uno speciale dedicato al censimento del non profit.

Istat: numeri straordinari, ma non diteci bravi
di Riccardo Bonacina

Sul numero di Vita in edicola da venerdì le tabelle più significative ragionate e commentate da Stefano Zamagni, Bertram Niessen, Johnny Dotti, Katia Stancato, Alberto Fontana e Aldo Bonomi. Subito on line invece l’editoriale di Riccardo Bonacina

Il 9° Censimento istat industria e servizi e istituzioni pubbliche e non profit, certifica con abbondanza di dati che è proprio il settore non profit a crescere di più e a resistere di più ai morsi della crisi, diversificandosi. Scorrendo le tabelle ci troviamo di fronte a un profluvio di segni più e a incrementi a 2 cifre.

Al 31 dicembre 2011 le organizzazioni non profit attive in Italia sono 301.191, con un incremento del 28% rispetto al 2001, anno dell’ultima rilevazione sul settore. Positivo anche il dato relativo all’incremento di istituzioni con addetti (+9,5 per cento) con una crescita del personale dipendente pari al 39,4%rispetto al 2001. Ad oggi il settore impiega 681mila dipendenti, 271mila lavoratori esterni e 5mila lavoratori temporanei e ingaggia 4,7 milioni di volontari.

L’Istat, non ha dubbi, in base all’analisi per attività economica il non profit costituisce la principale realtà produttiva del Paese nei settori dell’assistenza sociale (con 361 istituzioni non profit ogni 100 imprese) e delle attività culturali, sportive, di intrattenimento e divertimento (con 239 istituzioni non profit ogni 100 imprese). Inoltre il peso della componente non profit nell’assistenza sociale risulta rilevante anche in termini di occupazione: 418 addetti non profit ogni 100 addetti nelle imprese.

Tutto bene quindi? No, e proviamo a spiegarci. Il giorno stesso della presentazione dei dati Istat, lo scorso 10 luglio, in un post scritto in tempo reale dal titolo “Il non profit cresce, ma io non festeggio”, mi arrabbiavo (come troppo spesso mi capita) con i primi trionfali commenti e con la retorica del “quanto siamo bravi e belli”. In particolare, scrivevo, che «non è ammissibile che si commenti un dato importante della realtà produttiva italiana dicendo che così emerge che il ruolo del settore della sussidiarietà e la sua crescita negli ultimi anni.

Ma quale sussidiarietà? Per favore non diciamo corbellerie, si è trattato di un’esternalizzazione quasi brutale dei servizi che la pubblica amministrazione non riusciva più a spesare, oltre che ovviamente a nuove risposte a nuovi bisogni che il non profit intercetta prima e meglio. Esternalizzazione brutale perchè non accompagnata né da sperimentazioni adeguate, né da un credito capace di accompagnarne la crescita (anzi, il settore vanta crediti dalla p.a. per circa 7 miliardi!), né accompagnato da finanziamenti pubblici ridotti in 6 anni del 78%, né da alcun intervento legislativo che ci mettesse al pari di ciò che succede in europa e con ciò che l’europa ci chiede, ovvero di individuare una soluzione di sistema in grado di affrontare l’emergenza sociale in modo economicamente sostenibile».

Cari amici del non profit, niente retorica please. Non festeggiamo, piuttosto cerchiamo di capire a fondo come e perchè questo grosso corpaccione dalla testa piccola e dalle gambe gracili e preso a sassate continui malgrado tutto a volare e cerchiamo, soprattutto di cambiare qualcosa degli assetti istituzionali che regolano questo settore, perché se qualcosa non cambia morirà o ne sarà snaturato per sempre.

Cercare di capire è quello che abbiamo fatto nel servizio di copertina di questo numero chiamando editorialisti e commentatori a confrontarsi sui numeri istat. Sono emerse almeno 3 sfide:

  • Il non profit, un po’ appesantito, dovrà sfidarsi sul terreno dell’innovazione più di quanto abbia sino ad oggi fatto, e sul terreno della valutazione dell’efficacia degli interventi evitando il rischio, come suggerisce zamagni, “delle basse aspettative”;
  • Il non profit, un po’ acefalo e afasico nelle sue rappresentanze, dovrà trovare nuove vie per incrementare il pensiero che da sempre l’ha caratterizzato, la voglia di cambiare il mondo, e per esprimere progettualità di sistema e istituenti di nuove forme di economia e di società;
  • Il non profit, che come dice l’istat, è fatto per il 66,7% dal magma delle associazioni non riconosciute dovrà avere la forza politica per cambiare gli assetti legislativi, come la Riforma del Libro I Titolo II del Codice Civile che esclude ciò che di nuovo avanza e preme.