Manifesto di fundraising, nove punti per diffondere la cultura del dono

Manifesto di fundraising, nove punti per diffondere la cultura del dono

Terzo settore, presentato a Roma il “Manifesto del Fundraising” per diffondere la cultura del dono. Dall’agenzia di stampa Redattore sociale

Presentato questa mattina alla Camera dei Deputati il Manifesto per un nuovo fundraising, promosso dalla scuola di Roma Fund-raising.it e dall’Istituto italiano della donazione. Il documento si divide in nove punti ed è rivolto alle istituzioni e agli operatori del settore.

11 dicembre 2015

Manifesto-fundraisingROMA – Un Manifesto per diffondere la cultura del dono e del fundrasing in Italia. E’ l’obiettivo del documento presentato questa mattina alla Camera dei Deputati dall’Istituto italiano della donazione e dalla scuola di Roma Fund-raising.it che festeggia dieci anni di vita. Il fundraising serve a generare nuove risorse e rappresenta un diverso modo per la società civile di partecipare alla creazione di un welfare di comunità. “È giunto il tempo di provare a dare una dimensione strategica al dono e alla raccolta dei fondi nella nostra società. I cittadini devono diventare i protagonisti del progetto che finanziano”, ha affermato Edoardo Patriarca, presidente dell’Istituto Italiano della Donazione. “Ma non siamo lontani dal raggiungere questi obiettivi. Spero che entro la primavera anche il mondo politico dia concreta attuazione e rilevanza al fundraising”.

Sono nove i punti del documento che raccoglie raccomandazioni di policies rivolte a istituzioni e organizzazioni. Il primo principio si propone di liberare il fundraising dagli ostacoli di natura giuridica, fiscale, amministrativa e burocratica. “Donare di più e meglio è l’obiettivo condiviso sia dai donatori che da chi riceve”, ha spiegato Massimo Coen Cagli, direttore scientifico della Scuola di Roma Fund-raising.it che in dieci anni ha avviato 400 corsi e assistito 50 associazioni. “Non è possibile, ad esempio che le onlus ricevano il 5 per mille, che molto spesso è un 4 per mille, dopo due anni. Vi è una disparità di trattamento rispetto ai partiti che lo ottengono subito”. Il secondo punto stabilisce criteri di valutazione sull’efficacia ed efficienza del fundraising. “Il 20 per cento di chi dona non è soddisfatto perché non sa come sono stati spesi i suoi soldi. Molti scelgono di non fare beneficienza proprio per questo”, continua Coen Cagli.

Il terzo principio su cui puntare è l’investimento sul funraising. “Pensare che il fundraising possa crescere solo attraverso la produzione di provvedimenti legislativi e amministrativi è sbagliato e irrealistico. Occorre che il nostro Paese sia dotato di politiche pubbliche e sociali per il suo sviluppo riguardanti la cultura della donazione. In assenza di una strategia politica comune è difficile immaginare una prospettiva di crescita”. Bisogna poi tutelare i diritti del donatore: “Non è uno spettatore della solidarietà, né un consumatore o un generoso contribuente ma un portatore di diritti che deve partecipare in prima persona ai progetti che finanzia”. Garantire una comunicazione e una informazione corretta e accessibile da parte dei media e promuovere e diffondere una nuova cultura della donazione sono il quinto e il sesto punto del Manifesto: “La comunicazione è la via principale per diffondere il fundraising. Un ruolo centrale deve averlo la Rai in quanto servizio pubblico”, continua Coen Cagli. Senza conoscenza non c’è progresso: è per questo che gli autori del Manifesto hanno chiesto di potenziare la ricerca sul fundraising per permettere agli operatori e ai donatori l’accesso a dati e conoscenze sui mercati della raccolta. L’ottavo principio prevede di stabilire infine un sistema di controllo della qualità e del rispetto delle regole affinché si possa garantire una competizione leale e trasparente. C’è infine una dimensione locale che deve essere valorizzata: “La comunità deve prendere parte attivamente ai progetti e il non profit deve essere radicato nel territorio”, ha concluso Coen Cagli.

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