L’Italia che non t’aspetti: più altruismo, relazioni e reciprocità
Redazione 8 novembre 2013 La Gabbianella in...forma

L’Italia che non t’aspetti: più altruismo, relazioni e reciprocità

I-valori-degli-italianiStrumenti di lavoro: dati e rapporti su politiche sociali e Terzo settore.

“C’è voglia di altruismo” nel nostro paese: aiutare chi è in difficoltà trasmette più energia positiva (lo pensa il 29,5% degli italiani) dell’andare in palestra o in centri estetici (16%). E sebbene la preoccupazione sia un sentimento che attanaglia il presente dell’85% degli italiani, esiste un 59% di cittadini che si sente vitale e un 46% pronto a fare qualcosa, anche se non sa cosa. E’ una popolazione meno egoista, che ha voglia di ritrovare l’altro, preoccupata ma non disperata, quella che emerge dalla ricerca del Censis ”I valori degli italiani 2013. Il ritorno del pendolo” (Marsilio Editori), presentata lo scorso 6 novembre a Roma.


Dal comunicato stampa del Censis

I valori degli italiani nel 2013
L’egoismo è stanco, cresce la voglia di ritrovare l’altro. Cittadini preoccupati, ma non disperati

Roma, 6 novembre 2013 – Abbiamo tutti l’impressione che la vitalità della nostra società stia lentamente scemando. In molti si chiedono se ci stiamo fermando per poi ripartire o se invece rallentiamo per arrestarci. Siamo come un treno che perde forza pian piano oppure la congiuntura attuale ricorda un pendolo alla fine dell’oscillazione, quando appare quasi fermo, ma è carico di energia per ripartire in un nuovo ciclo? Nella dimensione valoriale, i risultati della ricerca del Censis evidenziano che la crisi antropologica che ha profondamente segnato il Paese (l’egoismo diffuso, la passività, l’irresponsabilità, il materialismo spinto) potrebbe essere giunta alla fine della sua propagazione e le energie per una inversione di rotta ci sono tutte, anche se in forma potenziale, da attivare.

La voglia di altruismo c’è, tanto che aiutare chi è in difficoltà trasmette maggiore energia positiva che non l’idea di occuparsi del proprio benessere in palestra o in un centro estetico. Il 29,5% degli italiani afferma di ricevere moltissima carica dalla possibilità di aiutare qualcuno in difficoltà, e la percentuale rimane costante in tutte le classi di età, segno di una voglia comune di ritrovare l’altro. Soprattutto se si pensa che la possibilità di fare qualcosa per il proprio benessere, come andare in palestra o fare massaggi, darebbe molta carica a una quota inferiore (il 16%) dei cittadini. È quanto emerge dalla ricerca del Censis «I valori degli italiani 2013. Il ritorno del pendolo», pubblicata da Marsilio Editori.

Il 40% degli italiani si dice molto disponibile a fare visita agli ammalati. Più del 36% si dice assolutamente pronto a rendersi disponibile in caso di calamità naturale, per contribuire al bene comune. Il 37% si dice molto o abbastanza disponibile a dare una mano nella manutenzione delle scuole (il 21% è «molto» disponibile). Questa percentuale al Sud aumenta fino al 41%, 6 punti percentuali in più rispetto al Nord-Ovest: evidentemente, laddove il bisogno è più forte, gli italiani sono pronti a mettersi in gioco. Anche per la manutenzione delle spiagge e dei boschi, più di un terzo degli italiani si dice pronto a collaborare (il 34%), mentre il 37% si trincera dietro un più interlocutorio «forse». Anche in questo caso al Sud l’energia potenziale sembra maggiore (la percentuale sale al 36%) rispetto al Nord-Est (33%), dove probabilmente l’emergenza è meno sentita.

L’amore più forte rimane quello per le persone che ci sono vicine: l’80% degli italiani afferma di amare moltissimo i propri familiari, il 64% il proprio partner, il 22% i colleghi di lavoro. Il 26% ritiene di vivere in un territorio in cui la coesione sociale è forte, per il 64% è discreta, solo il 9% pensa che sia modesta. E soltanto il 10% pensa che l’onestà dei cittadini che abitano nel suo territorio sia scarsa.

Il 59% degli italiani afferma che curare la propria spiritualità procura una buona dose di energia positiva. Si diffonde una sorta di «papafrancescanesimo». La figura del nuovo Papa sta risvegliando in molti l’interesse non solo per la fede, ma più in generale per la vita spirituale e il gusto per una certa frugalità nei consumi.

E quale cultura del lavoro si affermerà nel prossimo futuro? Meno competizione e più collaborazione? Il 35% degli imprenditori italiani ritiene che collaborare bene con i colleghi darebbe molta carica. E così la pensa quasi il 31% degli artigiani. Potrebbe farsi strada una nuova cultura imprenditoriale, più collaborativa, in grado di essere trainante per il Paese, se prevarrà la voglia di riscoprire l’altro come alleato e non come competitor.

Certamente non tutti gli italiani dormono sonni tranquilli. Oggi l’85% si dice preoccupato e il 71% indignato, ma solo il 26,5% dice di sentirsi frustrato e il 13% disperato. Al contrario, il 59% degli italiani si sente vitale (e anche il 48% degli over 65 anni). Le preoccupazioni e l’indignazione, non solo non si sono mutate in frustrazione e disperazione, ma non hanno indebolito la vitalità individuale. Il Paese è tutt’altro che spento. Semmai è in attesa di un segnale: il 46% degli intervistati ammette di trovarsi nella condizione in cui vorrebbe fare qualcosa, ma non sa che cosa. Si tratta di un riposizionamento forse solo ideale, solo immaginato, una voglia di recuperare i beni morali come «beni rifugio» in un contesto che percepiamo come degradato.

Nel Paese si prepara una reazione al degrado antropologico, una reazione che però aspetta di essere incanalata e condotta. La spinta ideale mostra di avere sufficiente energia per far sì che il ritorno del pendolo sia un percorso evolutivo e non involutivo. Ma si avverta l’assenza di una regia che coaguli tutte queste energie: oggi il 67% degli italiani non si sente rappresentato da nessuno.

La ricerca, sostenuta anche dalla Fondazione Pescarabruzzo, ha previsto un approfondimento sui valori degli abruzzesi che verrà presentato prossimamente, da cui emerge che il 39% dei cittadini della regione si dice pronto a mettersi subito a disposizione in caso di calamità naturale, il 4% in più rispetto alla media degli abitanti dell’Italia centrale: una maggiore sensibilità determinata probabilmente dalla drammatica esperienza del recente sisma aquilano.

La ricerca, sostenuta anche dalla Fondazione Sicilia, ha previsto un approfondimento sui valori dei siciliani che verrà presentato prossimamente, da cui emerge che il 56% dei cittadini della regione ritiene che la capacità di fare accoglienza nel proprio territorio è altissima: in nessun altra zona del Paese è stato riscontrato un dato così elevato.

Questi sono i principali risultati della ricerca del Censis «I valori degli italiani 2013. Il ritorno del pendolo», che viene presentata oggi a Roma da Giulio De Rita, ricercatore del Censis, e discussa da Goffredo Fofi, saggista e critico cinematografico, letterario e teatrale, Massimo Franco, editorialista del Corriere della Sera, e Giuseppe De Rita, Presidente del Censis.

La sintesi della ricerca [in formato pdf]


Dal magazine Vita.it

Più altruismo e meno palestra. L’italia che non t’aspetti
di Giuseppe Frangi

Ci sono segnali di una svolta profonda nei valori degli italiani. Che sono stufi di conflitti e declinismo. E puntano su relazioni e reciprocità. Intervista a Giulio De Rita, autore della ricerca che dice: «È l’Italia che i media non vogliono vedere».

Sono titoli che non possono lasciare indifferenti, quelli che scandiscono i capitoli della ricerca Censis sui valori degli italiani, presentata ieri dal Censis. Rileggiamoli: “l’egosimo stanco”, “voglia di essere altruisti”, “paura di competere”, “meno competizione più collaborazione?”, “dare una mano al territorio”. È la fotografia di un’altra Italia che per difendersi dalla crisi non si chiude in se stessa ma istintivamente, e contro suggerimenti e analisi dei vari maestri del pensiero, capisce che per uscire dalla crisi bisogna investire di nuovo sui rapporti di relazione e sul ritrovamento di una coesione sociale. La cosa che lascia di stucco è che questa mattina nessuno dei grandi giornali abbai ritenuto di dover scrivere una riga su questa ricerca che invece, porta a galla una svolta che si può ben definire clamorosa, negli atteggiamenti degli italiani. Solo Avvenire e Osservatore romano oltre a il Sussidiario hanno colto l’importanza dei dati che emergono. Dagli altri un silenzio che sa anche di imbarazza.
«È un’Italia che non ne può più del declinismo e dei troppi pensieri depressivi che l’assediano», conferma Giulio De Rita, l’autore della ricerca. «Per questo si rivolta e cerca altri modelli per stessa. E forse per questo gli osservatori si sono trovati spiazzati e devono metabolizzare questi dati. È una ricerca che avrà un’onda lunga…». Nella ricerca si parla di un “ritorno del pendolo”. Cosa si intende? «Il fenomeno che sta attraversando l’Italia in profondità è interessantissimo e certamente nessuno l’aveva messo in preventivo. Però per ora siamo alla manifestazione di un intenzione. Poi bisognerà vedere dove il pendolo si fermerà. Perché può essere che il pendolo porti anche a una sorta di involuzione, di frugalità ad ogni costo che alla fine coincidono con un impoverimento accettato. Questo lo vedo come un pericolo, un rinchiudersi in piccoli cerchi, un accontentarsi che non porta nessuno sviluppo. Se invece il pendolo si dovesse orientare verso la ricerca di competizione più alta e diversa, allora sarà davvero una svolta». Per chiarire De Rita riferisce un esempio fatto nella ricerca: «Davanti ad un’azienda in difficolta ci può essere l’atteggiamento del dirigente che cerca di abbassare il livello di competizione per tenere sotto controllo i conflitti; oppure quello dell’imprenditore che alza il livello della competizione, e fa capire come per essere più competitivi si debba collaborare di più».
Nella ricerca si fa anche riferimento al peso che papa Francesco ha in questa svolta degli italiani. «Lui ha capito che consumare di più non è la risposta. Perché siamo arrivati ad un punto in cui il consumare non soddisfa più i desideri. Per questo il suo richiamo alla frugalità ottiene tanto successo. E per questo c’è un ritorno della spiritualità come una forza dà più energia».
Vien da pensare che se il papa comunque gode di buona stampa, ma l’Italia che nasce dal papa invece non è degna di interesse da parte dei media… «Si ripete uno schema ben noto», spiega De Rita. «In Italia c’è un primo popolo, che è quello che ogni giorno si rimbocca le maniche, e un secondo popolo che pensa il sentimento del primo. Oggi questo secondo popolo è convinto che l’Italia sia un paese segnata dalla voglia di conflitti. Invece nella realtà le cose stanno esattamente all’opposto. C’è una voglia di relazione, una voglia di fare. Il primo popolo sta dicendo: “Lasciateci fare e non deprimeteci più”». È così, contro tutte le aspettative, dice che l’aiutare gli altri fa star bene molto più dell’andare in palestra.


Dall’agenzia di stampa Redattore sociale

Censis: italiani altruisti, ma preoccupati del futuro e non rappresentati

La voglia di fare batte la disperazione, ma quasi la metà degli italiani non sa come dare il proprio contributo e due su tre non si sentono rappresentati da nessuno. La fotografia nel rapporto del Censis “I valori degli italiani 2013” presentato oggi a Roma. Solo il 10 per cento pensa che l’onestà dei cittadini che abitano nel suo territorio sia scarsa

Redattore sociale, 6 novembre 2013

ROMA – Italiani potenzialmente altruisti, ma sono in gran parte preoccupati per il futuro, indignati e non si sentono rappresentati da nessuno. Un’immagine piena di contrasti, quella degli italiani, raccontata dalla ricerca del Censis “I valori degli italiani 2013. Il ritorno del pendolo”, pubblicata da Marsilio Editori e presentata oggi a Roma. Una ricerca che mette in evidenza “la voglia di altruismo tanto che aiutare chi è in difficoltà trasmette maggiore energia positiva che non l’idea di occuparsi del proprio benessere in palestra o in un centro estetico”, ma al tempo stesso l’incapacità di prendere in mano la situazione.

Preoccupazione, ma non disperazione. “Certamente non tutti gli italiani dormono sonni tranquilli – spiega il Censis -.Oggi l’85 per cento degli italiani si dice preoccupato e il 71 per cento indignato, ma solo il 26,5 per cento dice di sentirsi frustrato e il 13 per cento disperato. Al contrario, il 59 per cento degli italiani si sente vitale (e anche il 48 per cento degli over 65 anni)”. Preoccupazioni e indignazione che, tuttavia, non hanno indebolito la vitalità degli italiani e non si sono mutate in frustrazione e disperazione. Un Paese che quindi, secondo il Censis, “si prepara una reazione al degrado antropologico, una reazione che però aspetta di essere incanalata e condotta. Ma si avverte l’assenza di una regia che coaguli tutte queste energie: oggi il 67 per cento degli italiani non si sente rappresentato da nessuno”.

La fine della crisi antropologica. Per il Censis, il segnale positivo da cogliere in questa ricerca è la “probabile” fine della “crisi antropologica che ha profondamente segnato il Paese (l’egoismo diffuso, la passività, l’irresponsabilità, il materialismo spinto)”. Quasi un italiano su tre, infatti, “afferma di ricevere moltissima carica dalla possibilità di aiutare qualcuno in difficoltà, e la percentuale rimane costante in tutte le classi di età, segno di una voglia comune di ritrovare l’altro. Soprattutto se si pensa che la possibilità di fare qualcosa per il proprio benessere, come andare in palestra o fare massaggi, darebbe molta carica a una quota inferiore (il 16 per cento) dei cittadini”.

Italiani pronti a mettersi in gioco, ma come? La ricerca evidenzia come il 40 per cento degli italiani si dice molto disponibile a fare visita agli ammalati. Più del 36 per cento si dice assolutamente pronto a rendersi disponibile in caso di calamità naturale. Il 37 per cento si dice molto o abbastanza disponibile a dare una mano nella manutenzione delle scuole, percentuale che al Sud aumenta fino al 41 per cento. Italiani disponibili anche per la manutenzione delle spiagge e dei boschi, più di un terzo si dice pronto a collaborare (il 34 per cento), mentre il 37 per cento si trincera dietro un più interlocutorio “forse”. Ma se sono tanti quelli che dicono di sentirsi pronti a dare il proprio contributo, sono altrettanti coloro che non sanno ancora come muoversi. “Il 46 per cento degli intervistati – spiega la ricerca – ammette di trovarsi nella condizione in cui vorrebbe fare qualcosa, ma non sa che cosa. Si tratta di un riposizionamento forse solo ideale, solo immaginato, una voglia di recuperare i beni morali come “beni rifugio” in un contesto che percepiamo come degradato”.

Territorio, famiglia e luogo di lavoro. Secondo il Censis, un italiano su quattro ritiene di vivere in un “territorio in cui la coesione sociale è forte, per il 64 per cento è discreta, solo il 9 per cento pensa che sia modesta. E soltanto il 10 per cento pensa che l’onestà dei cittadini che abitano nel suo territorio sia scarsa”. I rapporti più stretti restano quelli familiari. “L’amore più forte rimane quello per le persone che ci sono vicine – spiega la ricerca -: l’80 per cento degli italiani afferma di amare moltissimo i propri familiari, il 64 per cento il proprio partner, il 22 per cento i colleghi di lavoro”. E sul lavoro, anche gli imprenditori pensano che collaborare bene con i colleghi dia “molta carica”: lo pensa il 35 per cento degli imprenditori e il 31 per cento degli artigiani. “Potrebbe farsi strada una nuova cultura imprenditoriale – spiega il Censis -, più collaborativa, in grado di essere trainante per il Paese, se prevarrà la voglia di riscoprire l’altro come alleato e non come competitor”.

Effetto Papa Francesco. Per il Censis, a dare il proprio contributo contro la crisi antropologica ci sarebbe anche l’arrivo di Bergoglio al soglio pontificio. Dalla ricerca, infatti, emerge come il 59 per cento degli italiani sostiene che curare la propria spiritualità procuri una buona dose di energia positiva, ma a catalizzare questa tendenza ci sarebbe anche la figura di Papa Francesco. “Si diffonde una sorta di “papafrancescanesimo” – spiega il Censis -. La figura del nuovo Papa sta risvegliando in molti l’interesse non solo per la fede, ma più in generale per la vita spirituale e il gusto per una certa frugalità nei consumi”. (ga)


Avvenire-071113da Avvenire, 7 novembre 2013
Società di Nicoletta Martinelli

Il fondatore del Sermig: «Questo è un momento fertile perché l’ esempio arriva dal basso, da chi si rimbocca le maniche per sé e per gli altri. Chi governa prenda esempio»

«I valori prima delle cose Si riscopre l’essenziale»

Olivero: lasciamoci cambiare dalla crisi. In meglio

«Prima di cercare nel portafoglio, bisogna cercare nel cuore. Nei momenti difficili o ci si abbatte o si dà fondo alle risorse, attingendo a quei valori che sicurezza e benessere tendono a farci trascurare»: Ernesto Olivero, fondatore del Sermig, a Torino, sa – lo sperimenta nel quotidiano – che la crisi ha potentemente stimolato la solidarietà. Crescono i bisogni delle persone ma cresce anche la disponibilità a tendere una mano: «Come si fa a restare indifferenti quando si legge sul giornale che a Torino un uomo di 89 anni vive in macchina perché non ha più una casa dove abitare? Questo è un momento fertile – spiega Olivero – perché l’ esempio arriva dal basso, dalla gente comune che si rimbocca le maniche per sé e per gli altri. E speriamo che chi governa impari dalla buona volontà di chi è governato ».
L’ indagine del Censis presentata ieri a Roma fotografa un’ Italia altruista, almeno nelle intezioni, che mette al primo posto il benessere della famiglia ma che non trascura di spendersi per il prossimo, per l’ estraneo e lo sconosciuto. Un’ Italia in cerca di affetto: l’ 80 per cento degli intervista si sente più legato ai familiari e ai parenti, quasi quattro persone su dieci vorrebbero vivere una storia d’ amore, il 25,3 per cento indica nell’ amicizia un valore che dà la carica, c’ è chi ha riscoperto – sono il 22 per cento – il bello della colleganza. «L’ uomo è capace di fare grandi cose. Dove per cose – spiega il fondatore del Sermig – non si intende solo ciò che è materiale. Le rinunce a cui costringe la crisi ci aiutano a riscoprire il valore dell’ immateriale. L’ amicizia, l’ amore, l’ altruismo… Persino una passeggiata nel- la natura non costa niente ma è un valore aggiunto».
I numeri del Censis, al Sermig di Torino si traducono tutti i giorni in realtà, in una solidarietà concreta merito dell’ aiuto e del lavoro di molti. Merito dell’ iniziativa di quegli italiani che non si arrendono: secondo il Censis, l’ 85% è preoccupato ma tra questi più della metà – il 46% – ha voglia di fare. Solo il 13% si abbandona alla disperazione: «Sono ancora troppi. Chi ci governa nelle piccole e nelle grandi cose, dal ministro, al parroco, al sindaco, all’ amministratore di condominio deve fare di tutto – auspica Olivero – non solo per meritare la fiducia ma per far sì che più nessuno si abbandoni alla disperazione. Chi ha più autorità, più si deve impegnare nella cura».
E ben venga un sano senso di colpa in chi si ritrova ad avere più del necessario: «In questa congiuntura economica in cui pochi hanno molto e tanti non hanno nulla – spiega Olivero – il senso di colpa è positivo se stimola l’ esame di coscienza e il cambiamento. Perché di questo si tratta, della capacità di dare continuità all’ emotività che si sperimenta quando si incontra un’ ingiustizia. Saper moltiplicare i gesti compiuti per impulso». Insomma, è sempre il momento giusto per dire: adesso tocca a me. E questo comporta un cambiamento di stile: «Scendere da cavallo come ha fatto il Samaritano a Gerico. L’ unico che si è lasciato commuovere dalle grida del bisognoso. A me piace molto un proverbio – confessa il fondatore del Sermig – che l’ occasione fa l’ uomo ladro. Io dico che l’ occasione fa anche l’ uomo saggio. E generoso, e altruista… La crisi è l’ occasione, insomma, l’ opportunità, sta a noi coglierla e lasciare che ci cambi».


Avvenire-071113-CensisAvvenire, 7 novembre 2013

Società di Mimmo Muolo

È diffuso il desiderio di fare qualcosa per la comunità anche se molti non sanno come agire concretamente.

Censis, gli italiani altruisti e motivati
Cresce la fiducia

De Rita: «La crisi antropologica ha consumato il suo slancio. Ora serve un cambio di rotta»

DA ROMA – Che cosa spinge gli italiani a cercare ogni giorno la propria realizzazione? Se fino a oggi la risposta doveva essere cercata alla voce «individualismo» oppure ad altre come «egoismo» o «competizione», in un futuro più prossimo di quanto non si creda la ricerca dovrebbe essere indirizzata in altre direzioni: «socialità, altruismo, collaborazione». In una parola «i valori ». È per alcuni versi sorprendente il quadro che emerge da una indagine del Censis, presentata ieri a Roma, sotto il titolo I valori degli italiani 2013, il ritorno del pendolo. Indagine che potrebbe essere riassunta come segue: «L’ egoismo è stanco, cresce la voglia di ritrovare l’ altro. Cittadini preoccupati, ma non disperati ». E allora che c’ entra l’ immagine del pendolo? Lo ha spiegato Giulio De Rita, ricercatore del Centro, presentando i dati: «I numeri dicono che la crisi antropologica ha consumato il suo slancio. Ma questo non vuol dire che l’ egoismo, la passività, l’ irresponsabilità, il materialismo stiano improvvisamente svanendo. Anzi sono al loro punto massimo, ma mostrano di non avere la forza necessaria per andare oltre». Di qui la metafora del pendolo. «Le energie per un’ inversione di rotta ci sono tutte, ma si tratta di un’ energia potenziale, che ancora non si è attivata e che è impossibile sapere dove ci porterà», ha chiosato De Rita. Tuttavia la speranza che il classico bicchiere attualmente mezzo pieno si riempia completamente esiste eccome.
Che cosa dice dunque la ricerca per alimentare questa speranza? Ad esempio che le ambizioni personali lasciano il posto ad altri tipi di gratificazione: il 40,1 per cento degli italiani si dice molto disponibile a far visita agli ammalati. È la solidarietà di base che riemerge. E questo è confermato anche da un altro dato. Il 29,5 per cento degli italiani afferma che l’ idea di aiutare qualcuno in difficoltà gli darebbe moltissima carica e la percentuale resta costante in tutte le classi d’ età.
Insomma c’ è in giro una rinnovata voglia di essere altruisti.
Non è però tutto oro quel che luccica.
Se infatti il desiderio di fare qualcosa per la comunità è molto, il 45,8 per cento degli intervistati ammette di trovarsi nella condizione di chi vorrebbe fare qualcosa, ma non sa cosa. I promotori dell’ indagine fanno ad esempio notare che in relazione a cose concrete («dare una mano nella manutenzione delle scuole» o «contribuire a pulire le spiagge o i boschi»), le persone entusiaste, cioè coloro che sarebbero molto disponibili a collaborare diminuiscono di molto, mentre il 37 per cento si trincera dietro un più interlocutorio «forse».
Interessante è comunque che lo stato d’ animo prevalente, pur in tempi di crisi, non è quello dello scoramento o peggio della disperazione. Certamente non tutti gli italiani dormono sonni tranquilli: l’ 85 per cento, infatti, si dice preoccupato e il 71,2 indignato, Ma il 73,5 per cento afferma di non sentirsi frustrato e quattro italiani su dieci dimostrano di credere ancora in loro stessi e nel loro avvenire. Esiste quindi una vitalità diffusa, anche se non sempre quest’ ultima approda a una fase progettuale.
Infine la ricerca del Censis ha cercato di capire «cosa dà la carica agli italiani», cioè «quali pensieri trasmettono energie positive». E in questa gerarchia dei valori è emerso che al primo posto c’ è l’ idea di fare qualcosa per aumentare il benessere della propria famiglia (46,2 per cento), seguito dal pensiero di vivere una storia d’ amore (36,9) e da aiutare chi è in difficoltà (29,5). Andare in palestra, invece, riceve solo il 16 per cento delle preferenze. E anche questo è un dato sorprendente.
L’ ultima fotografia dell’ indagine è quella scattata ai giovani dai 18 ai 24 anni. Ed è una foto tutto sommato positiva. I ragazzi di quella fascia d’età sono infatti «coscienti di ciò che li circonda e, comprensibilmente, preoccupati; d’ altro canto, però, non sono disperati e appaiono vitali, con tanta voglia di fare». Inoltre, contrariamente all’ immagine di «mammoni» e bamboccioni», i dati dimostrano che sono orientati a dare una mano a chi si è preso cura di loro e che ora si trova in difficoltà.
In definitiva, come ha detto ieri il fondatore del Censis, Giuseppe De Rita, «quella italiana sembra una società migliorata, sotto il profilo valoriale, rispetto a qualche anno fa, anche se non ha ancora un punto forte di aggregazione».
Meno ottimisti il critico e scrittore Goffredo Fofi («i valori dichiarati sono più forti dei comportamenti effettivi») e il giornalista, Massimo Franco, secondo cui «è la cultura del conflitto, il pensare sempre che la colpa sia degli altri» il male da superare.