L’economia non profit che esalta i giovani talenti
Redazione 13 gennaio 2014 La Gabbianella in...forma

L’economia non profit che esalta i giovani talenti

Strumenti di lavoro: dalla rassegna stampa gli aggiornamenti su Terzo settore e non profit.

L’economia non profit che esalta i giovani talenti    
Fioritura di iniziative nel Subcontinente
di Claudia Galimberti
Il Sole 24 Ore Junior, 12 gennaio 2014

Ricordate “The millionaire”? Film-favola a lieto fine, anzi veramente a un apparente lieto fine, perché la salvezza del protagonista costa il sacrificio del fratello. Consideriamolo pure alieto fine. E domandiamoci: che cosa ha salvato il piccolo Jamal dalla miseria? La conoscenza: magari fortuita, frammentaria, per nulla organizzata, del tutto casuale, ma sempre conoscenza. L’unico mezzo che gli permette di vincere la somma milionaria. Ma quale sarà stata la sua vita futura? Avrà certo sposato Latika, la ragazza amata fin da bambino, ma per il resto? Avrà avuto la conoscenza giusta per impiegare il capitale (senza aver seguito le pagine di “Sole junior”)? Gli sarebbe stato utile conoscere i volontari dell’economianon-profit, un settore che, proprio in India, non conosce crisi.

Perché proprio il non-profit e perché è così diffuso in India? A che cosa è dovuta questa continua fioritura di iniziative, di progetti innovativi, ben strutturati? Cambiala mentalità? C’è, come dice l’altro articolo in pagina, un cambio di passo culturale alla base di tutto questo?

Nel caso del non-profit il percorso è a due sensi: in parte sono state proprio le Onlus (Organizzazioni non lucrative di utilità sociale) a cambiare la cultura dal basso. Diceva Mohamed Yunus, (vedi il Sole junior del 27/11/11), l’economista pakistano premio Nobel per la pace: «Voglio tenermi aderente al suolo come un verme, invece di librarmi in volo come un uccello». La visione delle cose dal basso è importante, riesce a cogliere la vera realtà della vita quotidiana senza mettere ? un’enorme distanza tra la teoria e la pratica. Sono state proprio le presenze costanti di tante figure di volontari a offrire, e a saper comunicare, un modo di vita diverso. Lapossibilità di accedere ad alcune conoscenze di base, a nuove tecniche di costruzione odi coltivazione; la diffusione delle norme di igiene, tutto l’insieme ha significato prima di tutto la scoperta di tanti indiani come persone, e non più solo numeri assoggettati ad ataviche regole tribali. L’economianon-profit delle Onlus ha valorizzato i loro talenti innati. Nasce proprio dalla consapevolezza del loro valore la diffusione e lo slancio del movimento di Vandana Shiva, la scienziata indiana che si batte perla biodiversità dell’agricoltura del suo Paese, e quindi per la conservazione dei semi autoctoni. Ha fondato nel 1987 “Navdanya International”, un movimento che deve il suo nome all’usanza dei contadini, nel Sud dell’India, di piantare 9 semi in un vaso il primo giorno dell’anno per poi, a distanza di qualche tempo, scegliere quelli più resistenti e offrirli alla comunità.

Questo, secondo Vandana Shiva, dovrebbe essere ripetuto a livello internazionale, in tutti i Paesi ad economia prevalentemente agraria per dire no alle multinazionali del seme, che detengono l’appannaggio del 75%io delle distribuzione mondiale dei semi. In un Paese come l’India, dove l’agricoltura conta per i116% delPil, labattagliaper la difesa delle produzioni agricole locali diventaungrande impegno e le donne ne sono i naturali custodi. Il ministero dell’Agricoltura indiano enfatizza l’aumento della produzione di granaglie nel 2013, 259 milioni di tonnellate, di cui solo 17 milioni di legumi: tutto il resto cereali. Ma questo aumento è dovuto all’impiego di fertilizzanti in maniera esagerata, impoverendo il suolo: 243 kgper ettaro nellaregione del Punjab, la più fertile dell’India, contro i 107 kg di media nel mondo. Tutto il contrario di quanto chiede Vandana Shiva: la difesa del suolo, il suo nutrimento, la conservazione dei semi locali.

«Possiamo disobbedire in modo creativo – dice Vandana Shiva, ospite a Roma a Palazzo Valentini nell’ottobre del 2012 – possiamo disobbedire salvando e scambiando semi che non siano stati brevettati dalle multinazionali… disobbedendo a quel tipo di leggi che vogliono rendere i nostri semi illegali». Una lenta rivoluzione culturale che potrà dare, è il caso di dirlo, buoni frutti.