L’Africa vista dal ministro Bonino
Redazione 10 gennaio 2014 La Gabbianella in...forma

L’Africa vista dal ministro Bonino

unita-100114Strumenti di lavoro: dalla rassagna stampa gli aggiornamenti sulla cooperazione internazionale.

«Un continente che cresce
l’Africa è un’opportunità»

di Umberto De Giovannangeli

L’Unità, 10 gennaio 2014

L’Africa come uno dei «core business» della politica estera italiana, del sistema-Italia, tanto da essere al centro delle prime due missioni di inizio 2014 della ministra degli Esteri, Emma Bonino. L’Africa attraversata ancora da conflitti sanguinari, ma anche l’Africa delle straordinarie opportunità di crescita. Reduce da una missione in Ghana e Senegal e in partenza per una nuova missione in Sierra Leone e Costa d’Avorio, dal 12 al 15 gennaio, la titolare della Farnesina spiega in questa intervista a l’Unità il perché di questo investimento.

Perché l’Africa entra nel «core business» della politica estera italiana per il 2014? Perché l’Africa che presenta straordinarie potenzialità di crescita e conflitti gravi irrisolti? Come si inserirà l’Africa nell’agenda del nostro semestre di Presidenza UE?

«Abbiamo deciso di riaccendere i riflettori sull’Africa per due motivi principali. In primis, il continente evidenzia segnali di progresso che vanno seguiti ed incoraggiati. A parte l’imponente crescita economica, il numero dei Paesi africani stabili e retti secondo principi democratici è crescente e la stessa società civile ha un ruolo sempre più incisivo e determinante. Permangono le tensioni, come quelle drammatiche in Sud Sudan e Repubblica Centrafricana, ma fa ben sperare che nazioni in passato sconvolte da guerre civili come Angola, Mozambico, Sierra Leone, Liberia, Costa d’Avorio, Ruanda, Ciad e Uganda, facciano registrare alti tassi di crescita e importanti prospettive economiche. In secondo luogo, sono gli africani a chiedere una maggiore partecipazione dell’Italia alle loro dinamiche di sviluppo e noi abbiamo interesse a cogliere queste opportunità. Nei Paesi che ho visitato nei giorni scorsi – Ghana e Senegal- il nostro Paese gode di una ottima immagine, senza pregiudizi di natura coloniale e non associata ad una dimensione di sfruttamento economico. L tuttora riconosciuta ed apprezzata la qualità del lavoro dei nostri imprenditori che negli anni ’70 ed ’80 hanno costruito nel continente tante infrastrutture di base; nostri missionari e cooperanti svolgono da anni un lavoro egregio in tantissimi Paesi africani. Sulla base di queste premesse -insieme al vice ministro Pistelli che alla fine dell’anno è stato in Uganda, Kenya, Etiopia e Djibouti e sarà presto nei due Sudan, in Angola e Mozambico e al sottosegretario Giro che si appresta ad andare nelle prossime settimane in Mozambico e Tanzania -intendiamo rilanciare il ruolo dell’Italia a beneficio della crescita dell’Africa, nel pieno rispetto della libertà di scelta degli africani e nel contesto di un più approfondito partenariato del Continente con l’Unione Europea».

In Africa vi sono ancora violazioni pesanti di diritti civili e umani, ma vi sono segnali di grande crescita anche in questo settore. Quale è la chiave di lettura italiana?
«L’ordinato svolgimento delle consultazioni elettorali in contesti delicati quali Mali e Guinea, ed ancora prima in Sierra Leone, Ghana e Togo,è la testimonianza di un costante processo di acquisizione di maturità democratica. Il tasso di partecipazione all’istruzione secondaria è aumentato del 48%, la speranza di vita è incrementata in media del 10% e il tasso di mortalità infantile in gran parte dei Paesi è diminuito vertiginosamente. Il ruolo delle donne nella società civile è cresciuto e viene incentivato; secondo i dati dell’Economist il tasso di partecipazione all’istruzione primaria per le donne in età scolare è passato dall’84% al 93% tra il 1999 e il 2010. Grandi progressi sono stati compiuti sotto l’aspetto cruciale del consolidamento delle istituzioni e dello stato di diritto che ritengo essenziale per assicurare una più diffusa tutela delle libertà fondamentali e per la tenuta degli ordinamenti democratici. L’abbandono di pratiche disumane ed inaccettabili quali le mutilazioni genitali femminili contro le quali mi batto da anni, è oggetto di una energica mobilitazione degli stessi Paesi africani, sostenuti dall’Onu e dall’Italia. Non si tratta soltanto di questo ma di aprire nuovi fronti e cioè contro i matrimoni forzati perle donne più giovani, di rafforzare il ruolo femminile creativo e di innovazione in una popolazione giovanissima

È mia convinzione che i Paesi ed i popoli africani abbiano ben inteso l’importanza di innestare un circolo virtuoso tra sviluppo democratico da una parte e crescita economica sostenibile dall’altra. Per questo, ci proponiamo di puntare soprattutto su Paesi con istituzioni più forti o stabili, in cui le questioni dei diritti umani e civili vanno di pari passo con la crescita della “governance” e dell’economia. Resta inteso che l’impegno italiano ed europeo sarà rivolto all’ulteriore rafforzamento dei Paesi che hanno già un significativo record in questo campo ma che, al tempo stesso, si collaborerà con quelli più fragili per accompagnarli nel loro percorso di consolidamento democratico»

Qualche esempio?
«Con il Senegal, Paese stabile e democratico, abbiamo rilanciato la cooperazione per i prossimi tre anni con un pacchetto di 45 milioni di euro. Proseguendo su questa direttrice, sarò a Freetown in Sierra Leone il 13 gennaio per partecipare alla Conferenza organizzata dall’Ong Nessuno Tocchi Caino sull’abolizione della pena di morte. La Sierra Leone ha compiuto progressi incoraggianti nel processo di democratizzazione dopo il sanguinoso conflitto civile terminato nel 2002 che vanno sostenuti e incoraggiati. Il 14 gennaio mi recherò in Costa d’Avorio, Paese che ha compiuto sostanziali progressi nella ricostruzione dopo la fine del conflitto civile nell’aprile 2011 e mira a riprendersi il ruolo di centro finanziario della regione dell’Africa occidentale. Intendiamo incoraggiare l’impegno del Governo e del popolo della Costa d’Avorio a collaborare in vista della riconciliazione nazionale rilanciando la cooperazione bilaterale e multilaterale, nella considerazione dell’importanza di Abidjan per la sicurezza regionale».

Quali sono le iniziative concrete che sono la prova che l’Italia intende assegnare all’Africa un ruolo prioritario?
«Queste mie missioni si inseriscono in un percorso di rinnovata attenzione all’Africa. 1130 dicembre abbiamo lanciato l’Iniziativa Italia-Africa, un meccanismo dinamico di riflessione e di progetti a tutto campo, politico, economico, sociale e culturale. Specifica attenzione sarà dedicata alla collaborazione in campo energetico ed agricolo, due settori chiave per il futuro sviluppo dei Paesi africani anche in vista della loro partecipazione ad Expo Milano 2015. L’Iniziativa è rappresentativa della nostra intenzione di essere attivi e non spettatori del progresso dell’Africa, instaurando un dialogo paritario con i Paesi africani e coinvolgendo attivamente le società africane nelle loro dinamiche di crescita. Vari ministeri e istituzioni italiane, governative e non, sono pronte a dare un qualificato contributo al rafforzamento dei nostri rapporti con il Continente. Abbiamo infine lanciato la riforma della legge 49 sulla Cooperazione allo Sviluppo per aggiornare la strategia e le modalità di intervento nei Paesi più poveri anche in Africa».

Ma l’Africa – pensiamo agli avvenimenti che hanno segnato la Nigeria, il Centro Africa, l’Africa subsahariana, la Libia – rischia di diventare la nuova trincea avanzata dei terrorismo jihadista e qaedista?
«So bene che l’instabilità che colpisce la Libia e altri Paesi della sponda sud del Mediterraneo favorisce traffici nord-sud di ogni genere incluso il movimento di estremisti e terroristi. Si tratta di un pericolo reale di cui gli stessi africani hanno consapevolezza e perciò ci chiedono maggiore collaborazione nel settore dell’intelligente. Il fenomeno è complesso e insidioso. Va combattuto con diversi strumenti e attraverso un forte coordinamento internazionale. Gli interventi militari di stabilizzazione delle aree di crisi come quelli francesi più recenti in Mali e nella Repubblica centrafricana devono essere seguiti da iniziative volte alla stabilizzazione delle aree di crisi per consentire alle popolazioni coinvolte di contare su una prospettiva duratura di sviluppo e di crescita economica. Lavoriamo in questa direzione bilateralmente e lo faremo con grande impegno con i nostri partner europei nel momento in cui assumeremo la Presidenza della Ue all’inizio di luglio».