La “piaga” del lavoro per 168 milioni di bimbi
Redazione 24 settembre 2013 La Gabbianella in...forma

La “piaga” del lavoro per 168 milioni di bimbi

Avvenire-240913Strumenti di lavoro: dalla rassegna stampa gli aggiornamenti sulla situazione internazionale.

La “piaga” del lavoro per 168 milioni di bimbi
di Paolo Ferrario
Avvenire, 24 settembre 2013

Il 44% ha tra i 5 e gli 11 anni. E la metà (85 milioni) è impegnata in attività pericolose

DA MILANO la faccia nascosta della crescita a due cifre di Paesi come la Cina, l’India e il Brasile e, per questa ragione, non compare mai nelle statistiche ufficiali. Eppure coinvolge 168 milioni di persone, il doppio della popolazione della Germania e quasi il triplo di quella italiana. Alzano il velo su un dramma ancora poco conosciuto, soprattutto nei Paesi ricchi, i dati del Rapporto sul lavoro minorile nel mondo, presentato ieri a Ginevra dall’ Ilo, l’ Organizzazione internazionale del lavoro. Prendendo in considerazione gli ultimi dodici anni, dal 2000 al 2012, lo studio sottolinea l’ importante calo, circa un terzo, del numero dei baby lavoratori (da 246 milioni a 168 milioni), ricordando, però, che più della metà (85 milioni) è impegnato in lavori pericolosi che hanno conseguenze dirette sulla loro salute, sicurezza e sviluppo morale. Inoltre, il 44% del totale (pari a 73 milioni di bambini lavoratori) ha un’ età compresa tra i 5 e gli 11 anni.
«La direzione è giusta ma ci stiamo muovendo troppo lentamente – osserva il direttore generale dell’ Ilo, Guy Ryder, ricordando che non sarà possibile eliminare le peggiori forme di sfruttamento del lavoro minorile entro il 2016, obiettivo inizialmente fissato dall’ organizzazione -. Se vogliamo veramente porre fine a questo flagello nel prossimo futuro, dobbiamo raddoppiare gli sforzi. Abbiamo 168 milioni di buone ragioni per farlo».
Già nella conferenza mondiale che si terrà a Brasilia ad ottobre, saranno discusse le strategie per mettere fuori gioco un fenomeno che lo stesso papa Francesco, in occasione della Giornata mondiale contro il lavoro minorile del 12 giugno, definì una «vera schiavitù » e una «piaga».
Anche se l’ agricoltura resta il settore con il maggior numero di piccoli lavoratori (59% del totale, pari a 98 milioni di bambini), crescono i servizi (dal 26% del 2008 al 32% dell’ anno scorso), il settore industriale (12 milioni di persone) e l’ economia cosiddetta “informale”, che vede impegnati 54 milioni di piccoli, di cui 11,5 milioni nel lavoro domestico. Qui si nascondono anche le “forme peggiori di lavoro minorile” che, per l’ Ilo, sono: la schiavitù e il lavoro forzato, compreso il traffico di minori e il loro reclutamento nei conflitti armati”, “l’ uso di bambini nella prostituzione e nella pornografia”, “l’ uso di bambini in attività illecite” e le attività che ne mettono direttamente in pericolo la vita, come l’ edilizia e il lavoro notturno.
«Soprattutto nei Paesi a basso reddito – spiega Furio Rosati, direttore del programma Ilo “Understanding Children’ s Work” (Ucw) – sono le famiglie stesse a spingere i figli a lavorare, sperando che portino a casa quei pochi soldi necessari per vivere. Su queste famiglie, che evidentemente non conoscono i benefici dell’ istruzione, anche in termini di miglioramento dei salari, va fatto un lavoro educativo importante. Ci sono Paesi, come l’ Indonesia, il Sud Africa, il Brasile e la Cina – proÈ segue il ricercatore dell’ Ilo – dove più del 40% dei bambini non va a scuola oltre le elementari. E questo, nel lungo periodo, mette seriamente in pericolo la crescita futura di quei Paesi, non soltanto in termini di aumento del Pil ma anche di equità e perequazione delle risorse».
Il lavoro minorile non è però una “prerogativa” dei Paesi poveri. In termini assoluti i Paesi a medio reddito hanno 93,6 milioni di bambini lavoratori, rispetto ai 74,4 milioni dei Paesi a basso reddito. Qui, però, il 23% dei bambini svolge un’ attività lavorativa, contro il 9% dei Paesi a reddito medio e il 6% di quelli a reddito medio-alto.
«Questi dati – conclude Rosati – ci dicono che, anche nei Paesi ricchi, non bisogna abbassare la guardia, mettendo in campo politiche per uno sviluppo economico più equo e inclusivo».

L’agricoltura è il settore con il maggior numero di baby dipendenti (98 milioni), crescono i servizi (32%), l’industria (12 milioni) e le imprese di pulizia (11,5 milioni)