La Croazia in Europa. L’intervista a Predrag Matvejevic
Redazione 1 luglio 2013 La Gabbianella in...forma

La Croazia in Europa. L’intervista a Predrag Matvejevic

LaRepubblica-010713Strumenti di lavoro: dalla rassegna stampa gli aggiornamenti sulla situazione internazionale.

Lo scrittore Matvejevic: “Paghiamo il nazionalismo e una guerra fratricida”

“Frontiere finalmente aperte ma con vent’anni di ritardo”

di Giampaolo Cadalanu
La Repubblica, 1 luglio 2013

Al telefono da Zagabria la voce di Predrag Matvejevic è debole: lo scrittore è malato. Ma anche con la febbre, l’autore di Breviario mediterraneo (tradotto in 23 lingue, in Italia edito da Garzanti) risponde volentieri ai giornalisti italiani. Esule dalla Croazia durante il regime di Franjo Tudjman, ha vissuto a lungo nel nostro paese, dove ha anche insegnato, e il presidente Scalfaro gli ha concesso la cittadinanza. Professor Matvejevic, come vede la Croazia che finalmente entra nell’Unione europea? “Ha un ritardo di vent’ anni. Come repubblica della ex Jugoslavia, poteva entrare con altre nazioni che ne facevano parte. È un paese più sviluppato di tanti altri che già sono entrati nella Ue in questo periodo: la Polonia, i Baltici, la Cecoslovacchia, sia pure divisa. La Croazia avrebbe potuto sfruttare anche i contatti che derivavano dall’ appartenenza ai non allineati”. E invece? “Invece si è fatta prendere da quella guerra fratricida, riprendendo le contraddizioni della Seconda guerra mondiale. E ora paga un ritardo che il nazionalismo non può giustificare”. Non è quasi un paradosso che le nazioni dell’ex Jugoslavia possano ritrovarsi alla fine membri dell’Unione europea? “Dopo tanti anni, torneranno le frontiere aperte, la possibilità di viaggiare senza passaporto. Certo non sarà possibile una riunificazione dell’ex Jugoslavia, dopo quello che è accaduto. Ma questo lungo periodo di tempo perduto è un ritardo importante”. Ma in questi anni la Croazia è cresciuta in termini di democrazia? “Dopo la guerra c’è stata una tendenza che noi dissidenti chiamavamo la “democratura”, un ibrido fra democrazia e dittatura, con quest’ultima che a volte prevaleva o magari la democrazia che si avviava. In Croazia la transizione verso il futuro non ha coinciso con la trasformazione”. Questo come viene percepito? “Guardi, il paese è molto impoverito, si sta peggio che in passato. Circola una barzelletta, in cui viene chiesto a uno zingaro: “Quando sarà meglio?” e lui risponde: “Lo è già stato”. Però l’ingresso in Europa può servire”. In che senso? “Se non si può tornare insieme come in passato, bisognerà stare assieme in un altro modo. E questo vuol dire rispettare i criteri imposti dall’Unione, le regole comuni”. L’ ingresso nell’Unione potrebbe essere una soluzione per la Croazia? “Non credo che sia la soluzione migliore, in grado di risolvere ogni problema, ma nemmeno la peggiore, come sarebbe stato restare isolati. Ma ci sono anche segnali positivi, come la promessa del governo croato, che ha preso l’impegno di sostenere la candidatura della Serbia all’Unione”. È il segno che una fase storica si è finalmente compiuta? “È la prova dell’ assurdità di conflitti come quello jugoslavo, che ha provocato duecentomila vittime e ha permesso il ritorno di ideologie inaccettabili”.