La crisi globale “sbrana” gli aiuti umanitari
Redazione 17 ottobre 2013 La Gabbianella in...forma

La crisi globale “sbrana” gli aiuti umanitari

Avvenire-171013Strumenti di lavoro: dalla rassegna stampa gli aggiornamenti sulla situazione internazionale.

Secondo l’Ocse, risorse in calo del 4%. Casi come la Siria tolgono, loro malgrado, visibilità ad altre emergenze.

La crisi globale «sbrana» gli aiuti umanitari
di Paolo M. Alfieri

Avvenire, 17 ottobre 2013

Da una parte la costante diminuzione degli aiuti umanitari causata dall’incalzante crisi economica; dall’ altra l’urgenza anche “politica” di alcune situazioni, come quella siriana, che tolgono spazio e “visibilità” ad altre emergenze (come quella in corso nel Sahel), dando luogo a una sorta di “lotta tra poveri” per l’accaparramento di aiuti sempre più esigui.
Lo scorso maggio l’Organizzazione per la cooperazione economica e lo sviluppo (Ocse) ha certificato che nel 2012 i fondi messi a disposizione dai Paesi industrializzati per l’ aiuto pubblico allo sviluppo sono calati del 4 per cento, e il dato è ancora più accentuato per quel che riguarda i Paesi europei (7,4%). Rispetto al 2011, la Spagna ad esempio ha quasi dimezzato i fondi, passando dallo 0,43% dell’ aiuto pubblico rispetto al Pil, che ne faceva il sesto donatore, allo 0,24% del 2012. Tiene invece il Regno Unito: il suo 0,56% dovrebbe riuscire a salire nel 2015 verso lo 0,70% rispetto al Pil, ovvero la soglia che la comunità internazionale si era prefissata con gli Obiettivi del Millennio per dimezzare la povertà. Tutt’ altra storia per l’ Italia, che nel 2012 ha messo a disposizione degli aiuti appena lo 0,13% rispetto al Pil, un dato che la appaia alla Grecia, e non a caso i due Paesi sono quelli che maggiormente in Europa stanno soffrendo per la crisi economica.
I bisogni umanitari, però, non danno tregua, crisi o non crisi.
Nascono nuovi conflitti armati e aumentano in maniera netta i disastri naturali: sono stati 384 nell’ ultimo decennio, con un milione di morti e un terzo della popolazione mondiale colpita. Secondo il rapporto Il valore dell’ aiuto, realizzato dalla rete Agire, gli investimenti non sono ancora adeguati nella prevenzione e riduzione del rischio: solo il 3,9% degli aiuti è destinato a questo obiettivo, mentre sarebbe fondamentale arrivare al 10%. Stando allo studio, nel 2011 il settore umanitario ha mobilitato 17,1 miliardi di dollari a livello mondiale, di cui 12,5 provenienti dai governi dei Paesi donatori: un calo del 9% rispetto al 2010. Le minori risorse disponibili si riflettono poi in una copertura insufficiente dei bisogni umanitari: la differenza tra le necessità rilevate in una data emergenza e i fondi che i donatori inviano per la corrispondente azione di risposta è passata dal 37% del 2011 al 40,5% del 2012, indicando una sempre minore capacità di garantire una risposta umanitaria proporzionata all’ entità delle crisi.
Per quanto riguarda l’ aspetto “visibilità”, sono state le stesse Nazioni Unite a sottolineare come l’ esplosiva situazione in Siria, dove almeno 100mila persone sono rimaste uccise in oltre due anni di guerra civile, sta «rubando la scena» e assorbendo i principali finanziamenti. Così, per la crisi umanitaria nel Sahel – 11 milioni di persone a rischio fame – erano stati raccolti a luglio solo 607 milioni di dollari sui 2,3 miliardi richiesti.
Certo anche la Siria ha bisogni immensi. A settembre Save the children ha denunciato che il crollo della produzione alimentare dovuto alla guerra, associato all’ aumento dei prezzi, espone molti bambini a rischio malnutrizione. Dell’ altro giorno, poi, è la notizia choc secondo cui un gruppo di ulema siriani ha emesso una fatwa per permettere agli abitanti della periferia di Damasco di mangiare cani, gatti e asini, per non morire di fame.
«Un appello umanitario doloroso per tutti», è stato definito, forse un’ estrema provocazione per denunciare come la guerra in corso stia ormai riducendo la popolazione allo stremo.