La bambina che a 5 anni fuggì dall’inferno del Ruanda
Redazione 8 marzo 2015 La Gabbianella in...forma

La bambina che a 5 anni fuggì dall’inferno del Ruanda

cop-low-dall-inferno-si-ritorna-2PLPVSLHDalla rassegna stampa di questa settimana vi proponiamo l’articolo integrale, pubblicato su Il Venerdì, supplemento del quotidiano La Repubblica, che presenta in anteprima il libro Dall’Inferno si ritorna. La storia vera di Bibi, a cinque anni in fuga dal Ruanda.
La metà dei proventi della vendita del libro verrà devoluta a Progetto Rwanda Onlus, l’associazione attraverso la quale Bibi è stata per molti anni sostenuta a distanza, fino agli studi universitari.


Progetto-RwandaLa bambina che a 5 anni fuggì dall’inferno del Ruanda

Oggi è una studentessa di medicina a Roma. Con uno pseudonimo ha raccontato il suo inferno. Una vicenda che potrebbe essere firmata da tanti bambini. Vittime innocenti di un genocidio crudele. L’abbiamo incontrata
di Pietro Veronese
Il Venerdì, La Repubblica, 6 marzo 2015

Un  giorno di molti anni fa, durante una passeggiata primaverile nelle campagne della Maremma, incrociammo un gregge di pecore. Molti agnellini avevano sul vello un bollo rosso a vernice. Ne chiedemmo il perché alla pastora e quella spiegò che erano i maschi, destinati al macello in vista dei prossimi banchetti pasquali. Una mia figlia, allora appena bambina, ci pensò un po’ su e poi commentò: «Papà, se nascevo pecora me la cavavo».

Ma ecco, ci sono molti bambini. e bambine, che non essendo nati pecore, bensì umani. non se la sono cavata.  Proprio mentre da noi sbocciava la primavera, in un anno non lontano da quello a cui sono riandato con la memoria, accuratamente designati come vittime dai loro aguzzini, sono finiti al massacro. Abbattuti come frutti non ancora maturi a colpi di mazza e di machete, raramente con le armi da fuoco, insieme ai loro genitori, ai fratelli e alle sorelle, nelle stanze delle case, nelle aie, nelle chiese dove avevano cercato invano rifugio, ai posti di blocco lungo la via. Assassinati perché umani, e proprio perché bambini, appartenenti a un gruppo che si voleva far scomparire dalla faccia della Terra. Come sempre nei progetti di sterminio, di genocidio, non è alle persone che si mira, non agli individui. ma alla specie, al seme, alla trasmissione dei geni e della vita. Per questo i bambini, in quanto biologicamente portatori di futuro, vengono considerati quasi un obiettivo prioritario, un pericolo speciale per coloro che ne hanno pianificato l’eliminazione.

Come ogni genocidio, anche quello dei Tutsi ruandesi del 1994 fallì nel suo intento finale. Come ogni genocidio, ci andò molto vicino. Durò cento giorni. dal 7 aprile ai primi di luglio – ne ricorre tra poco il ventunesimo anniversario – e causò 8OOmila vittime, forse un milione. Nessuno sa dire con qualche precisione quanti di questi morti furono bambini; ma di sicuro, nelle sale del museo dedicato all’Olocausto ruandese a Kigali. la capitale del Paese, la sala più sconvolgente è quella dedicata a loro, ai loro piccoli volti. ai loro nomi e cognomi e date di nascita, alle istantanee che li ritraggono in famiglia, recuperate dagli abiti dei parenti morti anch’essi ammazzati. dai portafogli. dalle borsette, o dal soqquadro delle abitazioni devastate dagli squadroni della morte.

E tuttavia, non tutti sono morti. Qualcuno – pochi – si è salvato. Adesso un libro, scritto da Christiana Ruggeri, appassionata giornalista del Tg2, racconta in prima persona la storia di una di loro. Una bambina sopravvissuta.  In questo libro (Dall’inferno si ritorna, Giunti. 240 pagine, 14,90 euro. in libreria l’11 marzo) tutto è vero, meno il nome della protagonista, Bibi. La vera narratrice di questa storia, molto piccola all’epoca dei fatti, oggi è una giovane donna, studentessa di Medicina a Roma. Nessuno sospetterebbe – dietro la sua grazia, il garbo, la compostezza educata, l’umorismo anche – la tragedia che l’ha segnata in età precocissima, la perdita in pochi attimi dell’intera famiglia, il sangue, la violenza, l’abbandono, la spaventosa lotta per la sopravvivenza. Per questo non ha voluto essere identificata con il suo nome: come se quello che ha vissuto, e che nel libro si racconta, fosse troppo terribile – non per sé, ma per gli altri. Per non essere immediatamente associata alla catastrofe che ne ha segnato l’intera esistenza.

C’è poi un altro motivo. La sua storia Bibi l’ha già scritta, anni fa. Quel manoscritto è però destinato a rimanere inedito per molto tempo ancora. Un giorno lo pubblicherà, ma quel giorno non è ancora arrivato. Lo farà per se stessa, per coloro che ama, per i figli che avrà: è ancora troppo presto, c’è ancora una vita da costruire. La migliore approssimazione possibile, oggi, è questa: un’anima amica che scrive per lei. La metà dei proventi della vendita del libro verrà devoluta a Progetto Rwanda Onlus, l’associazione attraverso la quale Bibi è stata per molti anni sostenuta a distanza, fino agli studi universitari.

Nei grandi stermini di massa del XX secolo, di cui quello dei Tutsi ruandesi è stato l’ultimo in ordine di tempo, il paradosso della memoria è stato a più riprese affrontato’ dagli storici, dai filosofi, e dai sopravvissuti. Primo Levi ha scritto in proposito pagine fondamentali nell’ultimo testo lasciato prima di uccidersi, I sommersi e i salvati (1986). Chi ha vissuto fino in fondo l’esperienza dello sterminio non può raccontarla. Chi è ancora vivo e ricorda è stato per qualche oscuro motivo, per un caso, per un ghiribizzo del destino, risparmiato. Si sente in debito, in colpa, verso chi non ce l’ha fatta, che sono i più. Memoria e rimorso vengono così paradossalmente a coincidere. Anche Bibi prova senso di colpa per essere finalmente giunta al sicuro, lì dove la madre, il fratello minore, i cugini non sono potuti arrivare. Lo racconta con lucidità, così come i tentativi, infantilmente ben pensati, per ottenere che ritornino in vita con un miracolo. Da questo punto di vista, e non solo per il semplice fatto di costituire il ricordo di un orrore che si è lasciato dietro ben pochi testimoni, il libro è prezioso. Perché il suo soggetto, il suo narratore, è un bambino: e quella lucidità tragica alla quale un adulto riesce ad ascendere dopo anni di riflessione e di introspezione, per arrivare infine a capire e a soccombere, qui è raggiunta con leggerezza, con innocenza, sia pure con non meno dolore, per poi andare avanti e rispondere al richiamo della vita.

Saggi storici, ricostruzioni giornalistiche, analisi geopolitiche del genocidio ruandese non mancano, anche se l’editoria italiana ne è stata avara e oggi sono praticamente tutte esaurite e introvabili; viceversa le emorie in prima persona sono rare, per le ragioni intuibili e dette.
Questo libro va dunque letto e tenuto da conto. Perché nulla appare più chiaro e comprensibile di ciò che è narrato dalla viva voce di un bambino, o di chi ha vissuto da bambino ciò di cui narra. Quanto a noi, ci guarderemo bene dall’anticipare alcunché del suo racconto, preferendo piuttosto disporci ancora una volta in ascolto.