Infanzia: la Croce Rossa chiede che “i wargames rispettino la pace”
Redazione 11 ottobre 2013 La Gabbianella in...forma

Infanzia: la Croce Rossa chiede che “i wargames rispettino la pace”

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La Croce Rossa lancia la sfida “I wargames rispettino la pace”
di Gabriele Romagnoli

La Repuublica, 11 ottobre 2013

Se cambiasse il mondo virtuale, lo farebbe anche il mondo reale? Ovvero: se nei videogame si rispettassero i principi umanitari, cesserebbero le torture, gli eccidi di civili, i massacri ingiustificati dalla necessità di sopravvivenza di una parte? Ë un quesito “tecnofilosofico” a cui la Croce Rossa cerca una risposta empirica, invitando i produttori di video game a inserire fra le istruzioni per l’uso dei giochi di guerra l’adeguamento alle regole prescritte dalla Convenzione di Ginevra e da altre norme dimenticate, nella storia come nella fantasia.
Certo, può sembrare una mossa dettata dalla disperazione: non riuscendo a educare gli umani si cerca di meta-educarli attraverso gli avatar che questi controllano.
C’è però del fondamento in questo tentativo, un po’ meno nelle sue speranze di riuscita. L’appello perle regole del gioco nasce da uno studio scientifico pubblicato sulla Rivista internazionale della Croce Rossa. Opera di due consulenti dell’organizzazione e di un professore universitario, parte da una serie di sensati presupposti.
Il primo è che i videogame, soprattutto quelli di guerra, hanno ormai una diffusione planetaria, una verosimiglianza accurata e vengono utilizzati come tecniche di propaganda, reclutamento e addestramento. I migliori giocatori sono potenzialmente ottimi soldati, ma che cosa significa oggi questo termine? Obbedire anche quando il superiore ti impone di torturare il nemico sotto interrogatorio?
Infilargli schegge di vetro nella carne, eseguendo gli ordini, così da ottenere punti, medaglie, scariche ormonali? I tre studiosi fanno ricorso a due termini interessanti e relativamente nuovi. Il primo è “militainement”, ossia intrattenimento attraverso la visione di azioni militari. Avvisano, però: il videogame non è un film, tanto meno un libro. Non si limita a osservare, chi partecipa. Ci si comporta, in un modo o nell’altro, come suggerito da una scelta che non è morale, ma solo rivolta a incassare il punteggio più alto. Di qui la seconda espressione: “playstation mentality”, l’adeguamento dei riflessi a quelli condizionati dal più diffuso strumento di gioco. I calciatori si allenano con Fifa 2012, i combattenti con Call of Duty (da cui era ossessionato Breivik, il massacratore norvegese). E qui non si adirino produttori e appassionati della materia: nessuno, nemmeno i tre studiosi, nemmeno i funzionari della Croce Rossa, e ancor meno chi scrive è così stolto da pensare che sia il mezzo a scatenare il fine. Che un’anima bella incappi un giorno in Assassin’s Creed e a furia di giocarci diventi il mostro di Kansas City o Pescasseroli è escluso. Così come nessun libro ha armato la mano di un omicida: Mark Chapman ha ammazzato John Lennon perché aveva in tasca una pistola e non rileva che nell’altra tenesse Il giovane Holden. Resta valida la sentenza di Marilyn Manson: «Se qualcuno si suicida per aver ascoltato le mie canzoni, un idiota di meno». Il potere di suggestione degli stimolatori di fantasia non basta a spiegare i comportamenti. E vero che la tecnologia ha cambiato non soltanto il modo di combattere le guerre, ma anche quelle di immaginarle, tuttavia nel momento decisivo siamo ancora all’età della pietra. Esiste l’eccezione dei manovratori di droni, che se ne stanno in una celletta nel Nevada, pigiano bottoni e qualcuno, invisibile, muore in lontananza. Il resto è carne, sangue, occhi negli occhi, scelta morale fatta seguendo un istinto: di sopravvivenza, di sopraffazione, di giustizia o di vendetta. Dipende.

La Croce Rossa chiede di inserire nei videogiochi dilemmi etici simili a quelli che si pongono nella realtà e, anziché premiare l’obbedienza al superiore, farlo per il rispetto delle regole umanitarie. Ora torturare è un obbligo, dovrebbe diventare una scelta (sbagliata e punita). Lodevole, ma a che servirebbe? L’impressione è che ogni riflessione sulla guerra, i comportamenti dei soldati, le reazioni nei confronti del nemico sia un esercizio di stile, cono senza il tramite di una tecnologia. La domanda: «Che cosa faresti se?» è una di quelle destinate a non avere risposta affidabile.

Forse la meno utile dopo: «A che cosa stai pensando?». Uno può rispondere quel che vuole dal salotto di casa, con o senza la play station. Può risparmiare o umiliare un avversario immaginario o verosimile che sia, ma non saprà mai come si comporterebbe davvero nel vicolo di una città irachena, in una cella sovraffollata, nella realtà fatta di polvere, con la morte (e non la cena) che incombe. E’ lì, soltanto lì, che ci si scopre eroi o vigliacchi e si decide a quali regole attenersi. Il resto è game over.


Appello ai produttori per adeguarsi alle leggi internazionali
Perché anche dal mondo virtuale si può imparare la difesa dei diritti

I dubbi di Antonio Farina, fondatore dell’azienda italiana Milestone

“La grande industria ha già regole severe
ma è difficile fermare il mercato clandestino”

di Franco Zantonelli

Antonio Farina, fondatore di Milestone, il team di videogiochi italiano più famoso è abbastanza scettico sulla possibilità che le buone intenzioni della Croce Rossa Internazionale possano trovare un’ applicazione pratica.

Per quale motivo?
«Innanzitutto perché stiamo parlando di una normativa che, dal punto di vista dei controlli sul tenore dei videogiochi, già viene applicata dai principali produttori, nel senso che esistono prodotti che vanno bene dai tre ai 18 anni ed altri per gli aver 18, con apposite certificazioni».

E tra questi ne esistono di quelli che la Croce Rossa vorrebbe mettere al bando?
«Beh, tenga presente che i videogiochi esistono da 40 anni e che, in questo lungo lasso di tempo, si sono evoluti».

Nel senso che?
«Nel senso che, se una volta un luogo di guerra me lo dovevo immaginare, adesso me lo ritrovo praticamente tale e quale è nella realtà».

Quindi, a suo parere, si sta esagerando un problema?
«Mi riesce difficile immaginare l’applicazione, sul mondo virtuale, di una normativa internazionale come quella che vige per un conflitto. Sicuramente, però, la Croce Rossa ci avràriflettuto e saprà come fare.

Insomma, lei rimane scettico?
«Se devo dirla tutta io vedo la questione come un problema giuridico. Anche i videogiochi potranno finire dietro il banco degli accusati, al Tribunale dell’Aja? Vedrà che le aziende produttrici sapranno adattarsi» .

Quindi, alla fine, un risultato lo si può ottenere?
«Se la Croce Rossa ritiene che questa sia la via giusta per regolamentare, in modo diverso, la diffusione di un certo tipo di videogiochi non troverà ostacoli da chi opera applicando le norme che già esistono. Dubito, però, che riuscirà a fermare il mercato dei prodotti clandestini».