Profughi siriani: in fuga dalle bombe, partorisce in mare
Redazione 29 agosto 2013 La Gabbianella in...forma

Profughi siriani: in fuga dalle bombe, partorisce in mare

Lastampa-290813Strumenti di lavoro: dalla rassegna stampa gli aggiornamenti sulla situazione internazionale.

In fuga dalle bombe, partorisce in mare
CONTINUA L`ESODO DALLE ZONE DI GUERRA

Mamma e neonata di origini siriane soccorse ieri su un barcone approdato a Siracusa
di Laura Anello

La Stampa, 29 agosto 2013

Palermo – Chissà come glielo racconteranno il suo primo vagito. Chissà come glielo diranno che è nata su un barcone, con una mamma scappata dalla guerra a gridare di dolore in mezzo al mare e un laureato in farmacia – profugo anche lui – a cercare di tagliare il cordone ombelicale con un coltello disinfettato alla meglio.

Adesso Nadha è qui, a frignare e poi acquietarsi nella sua culla dell’ospedale Umberto I di Siracusa, con una tutina gialla regalata da un’infermiera, con i giocattoli portati dai medici del reparto di Terapia intensiva neonatale che sorridono e si commuovono a raccontare questa storia. A raccontare la storia di una coppia scappata dalle bombe della Siria per salvare se stessa, un bimbo di tre anni, e un altro nella pancia della mamma. Di una carretta del mare approdata sulle coste di Siracusa ieri mattina con un fagotto attaccato al seno di una ragazza esausta, il cordone tagliato per metà e tutti i profughi a fare capannello. Una storia che, dopo gli sbarchi dei neonati di pochi mesi, dopo i morti nelle traversate, dopo la capra portata a bordo l’anno scorso forse per nutrire i passeggeri, sposta ancora più in là la lancetta del coraggio, del dolore e della speranza.

Lì, in Siria, è la strage degli innocenti. I bambini sono morti a migliaia, avvolti nei teli bianchi. Lo stesso bianco del lenzuolino in cui è adagiata Nadha, due chili e settecento grammi che urlano di vita. Con ogni probabilità è nata sabato, due giorni dopo l’inizio del viaggio che secondo i testimoni è durato una settimana, mentre il barcone era nel bel mezzo del Canale di Sicilia. Lontano dalla partenza e dall’approdo.

«Abbiamo subito visto che la bambina stava bene, a dimostrazione di come la vita trionfi sempre, anche nelle situazioni più difficili e critiche», racconta il comandante della Capitaneria di porto di Siracusa, Luca Sancilio, uno che adesso vive in trincea. Perché qui, in questa parte della Sicilia risparmiata nel 2011 dall’esodo delle primavere arabe, ogni giorno si scruta l’orizzonte per vedere chi arriva.

Negli ultimi due mesi ne sono approdati quasi tremila, in fuga soprattutto dalla guerra siriana e dai tumulti in Egitto. Soltanto ieri, cinquecento. Famiglie forti come l’acciaio, gente disposta dopo la traversata – a imporre ai figli lo sciopero della fame e della sete per protestare contro la legge che impone ai profughi di farsi identificare nel Paese d’arrivo e di restare lì, senza possibilità di muoversi verso altre destinazioni europee. Molti siriani sono scappati dopo lo sbarco, anche quelli che due settimane fa sono arrivati fin sulla spiaggia di Catania, lasciando tra i bagnanti il loro carico di morti.

Nadha tutto questo non lo sa ancora. Ma lo sguardo della madre, che ha solo diciannove anni, è quello di chi ha visto tanto, troppo. «Ci ha raccontato la fuga, il parto, la paura», raccontano le media

trici culturali che comunicano con lei nel dialetto arabo che si parla in Siria, l’unica lingua che la ragazza parla.

Il marito è stato accompagnato in un Centro d’accoglienza insieme al figlioletto di tre anni, un frugolo che è dovuto crescere in fretta. «Stanno bene, ma abbiamo preferito tenerle in ospedale per qualche giorno, considerando anche che il cordone ombelicale è stato tagliato con mezzi di fortuna», spiegano i camici bianchi, guidati dal direttore delladivisione di Ginecologia e ostetricia Antonino Bucolo e da quello del reparto di Neonatologia, Massimo Tirantello. Per questo la bambina è stata sottoposta a una profilassi anti-infettiva e a una serie di accertamenti.

Adesso alterna il seno della madre al biberon: i medici hanno disposto l’integrazione del latte artificiale con quello naturale. Una parentesi di beatitudine in mezzo a una nascita tempestosa e a un futuro incerto. «Sarà dura dimetterla», confessa un’infermiera con un carillon nelle mani.

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