“Il Sudafrica ha tradito il sogno di Mandela”
Redazione 15 luglio 2013 La Gabbianella in...forma

“Il Sudafrica ha tradito il sogno di Mandela”

Mandela“Il Sudafrica ha tradito il sogno di Mandela”
La scrittrice amica dell’ex presidente: è vero, siamo liberi ma in questo Paese manca la giustizia e domina la corruzione

di Paolo Mastrolilli e Lorenzo Simoncelli

da Johannesburg
La Stampa, 15 luglio 2013

Nella casa coloniale di Johannesburg dove vive, disegnata dallo stesso architetto che progettò gli Union Buildings di Pretoria, si respira la travagliata storia del Sudafrica. Non solo perché tra queste mura, davanti al caminetto del soggiorno, hanno preso forma le novelle che hanno fatto conoscere al mondo le complesse dinamiche del suo Paese, ma anche perché qui si è costruito il Sudafrica del post apartheid. «Dopo la liberazione di Madiba (così i sudafricani chiamano Mandela) – ricorda – offrii la mia casa agli esponenti dell’African National Congress e del Partito Nazionale, che avevano bisogno di un rifugio sicuro, lontano da occhi indiscreti, dove negoziare il futuro del Paese. Ora però questo futuro è a rischio, e il nostro sogno rischia di svanire».

Sui divani dove siamo seduti si incontrarono i protagonisti della transizione democratica, FW. De Klerk e Nelson Mandela, amico della scrittrice sudafricana dai tempi del processo di Rivonia. Tre premi Nobel, due per la Pace e uno per la Letteratura, nella stessa casa e allo stesso momento. Una situazione difficile da immaginare in qualsiasi altro luogo del mondo, ma che ascoltando i racconti della Gordimer assume i contorni di una semplice conversazione tra amici di lunga data: «Io stavo al piano superiore, indaffarata con i protagonisti dei miei romanzi, mentre al piano inferiore si discuteva di come tenere insieme il Paese che usciva dagli anni terribili dell’apartheid. Un regime – non dimentichiamolo mai – che durò così a lungo grazie ai finanziamenti e le armi inviate dall’Europa».

Quando incontrò per la prima volta Nelson Mandela?
«Lo conobbi grazie ad Anthony Sampson, un giornalista inglese che aveva fondato Drum, la prima pubblicazione realizzata dai neri di Johannesburg. Lui conosceva Mandela e il giorno della sentenza al processo di Rivonia, insieme al mio grande amico e avvocato di Madiba George Bizos, mi invitarono ad andare con loro».

Come fu quella prima visita?
«Durante un’interruzione del processo, Bizos mi chiamò e mi chiese di tenergli la borsa, fingendo di essere la sua segretaria. Così, grazie a questo stratagemma, riuscii a scendere nella cella dove c’erano Mandela e altri esponenti dell’Anc. I loro volti erano l’immagine del coraggio e della determinazione. La pena di morte era ancora in vigore, ed erano consapevoli che ci sarebbero state poche probabilità di evitarla, ma credevano alla loro causa come si crede ad una religione. Gli parlai pochi istanti, prima di tornare tra il pubblico ad ascoltare la sentenza, che condannò lui e i suoi compagni al carcere duro di Robben Island».

Avete avuto altri contatti durante i lunghi annidi prigionia?
«Era quasi impossibile. Però attraverso Bizos riuscivamo ad avere qualche informazione. Nonostante la sua lontananza, lo spirito di Madiba era sempre con noi».

È vero che Mandela lesse una delle sue novelle, ((Burger’s Daughter)), mentre era detenuto a Robben Island?
«Non so come sia riuscito ad averla, ma era bravissimo ad ottenere giornali e libri di contrabbando. Quel romanzo raccontava la storia di una famiglia in cui la politica veniva prima di tutto. Ricevetti una sua lettera piena di elogi, in cui scriveva che bisognava raccontare quelle cose. Fu una soddisfazione indescrivibile. Conservo ancora la lettera, al piano di sopra, ma è privata e non la mostro a nessuno».

Nel 1990, subito dopo la liberazione, Mandela la incontrò.
«Chiese di vedermi pochi giorni dopo. Per me fu bellissimo. Una grande emozione, dopo lunghi anni di attesa. Mi disse: adesso siamo pronti per costruire un nuovo Sudafrica. Poi gli assegnarono il Nobel, e mi invitò ad andare con lui a Oslo nella delegazione ufficiale: fu meraviglioso vederlo ricevere quel premio».

Quando è stato il vostro ultimo incontro?
«Quasi un anno fa. Bizos andava spesso a trovarlo nella sua casa di Houghton, fuori Johannesburg, e quella mattina decise di portare anche me, pensando che gli avrebbe fatto piacere. Era ora di colazione, che per Madiba significava le undici. Ci sedemmo in sala da pranzo, con lui a capotavola. Dopo una breve chiacchierata ci spostammo in salotto, dove Nelson ha una speciale poltrona, visti i problemi di deambulazione. Chiedeva a George notizie sui loro amici di lunga data, molti dei quali non ci sono più. Io ero seduta al suo fianco, ma era evidente come già allora la sua mente fosse altrove. Spesso non era presente. Credo non sia a conoscenza di ciò che gli gravita attorno, è come se fosse rimasto nel passato».

La figlia Makaziwe ha fatto causa proprio a Bizos, per togliergli la gestione del patrimonio del padre. Cosa pensa delle lotte interne alla famiglia per l’eredità?
«Una cosa orribile, disdicevole. Quello che sta succedendo è molto inappropriato, soprattutto perché Mandela non ha mai lottato per cose materiali. Quando ho saputo delle accuse contro George sono rimasta scioccata e meravigliata, perché è una persona onesta di cui Nelson si fidava molto. È davvero triste».

II 2014 sarà un anno importante per il Sudafrica: ci saranno le elezioni, e si celebreranno anche i vent’anni dalle prime votazioni democratiche. L’Anc ha raggiunto i suoi obiettivi?
«No. Allora eravamo troppo indaffarati ad eliminare il regime dell’apartheid, e pensavamo che una volta liberi tutto sarebbe stato facile. Eravamo ingenui e non ci concentrammo sul futuro, sui problemi in arrivo, e su come ricostruire il Paese».

Gli insegnamenti di Mandela sono stati seguiti?
«Mi pare ovvio di no. La liberazione c’è stata, ma la giustizia manca ancora. Oggi vige una cultura incentrata sulla corruzione, di cui sono responsabili anche lAnc e lo stesso presidente Jacob Zuma. Basti pensare alle accuse nei suoi confronti relative ad una mazzetta presa su un accordo commerciale per l’acquisto di armi: ha detto che si sarebbe sottoposto al giudizio della legge, ma il processo non è mai cominciato. Oppure lo scandalo di Nkandla, la sua residenza: Mandela vive in una casa bella, ma normale, che gli è stata regalata; Zuma si è costruito una cittadella, con i soldi pubblici. Questo fenomeno però va capito, senza giustificarlo».

In che senso?
«È un’eredità del colonialismo. Per secoli i neri non hanno avuto nulla: da quando hanno ottenuto la libertà e il potere politico vogliono tutto, ed in parte è comprensibile. Ma Zuma non ha seguito gli insegnamenti di Mandela ed è un pessimo esempio per i suoi ministri e per il popolo sudafricano».

Dunque l’Anc non ha onorato il suo leader storico?
«Tutta questa adulazione è comprensibile, ma non è quello che Madiba avrebbe voluto. Il modo migliore per onorarlo sarebbe attraverso la giustizia e il rispetto della Costituzione. Lui vorrebbe vedere questo Paese cambiare e diventare libero davvero».

Qual è l’eredità principale lasciata da Mandela?
«La sua umanità. È riuscito ad essere un nazionalista nero, senza mai smettere di essere un umanista. Pochi perseguitati politici sanno tendere la mano all’oppressore che gli teneva lo scarpone sul collo, ma lui è stato una garanzia per tutti». Alle prossime elezioni ci saranno nuovi partiti come Agang, fondato dalla compagna di Steve Biko Mamphela Aletta Ramphele.

Non crede ci sia la possibilità per un ribaltone politico?
«Temo di no. L’Anc sta perdendo molta credibilità, ma purtroppo gli altri partiti sono troppo piccoli e non riescono a trovare un’alleanza. Forse con uno scarto minore, ma Zuma vincerà di nuovo. Almeno credo».

Esistono timori che nel momento in cui Mandela non ci sarà più, il Sudafrica precipiterà nell’instabilità sociale. Cosa ne pensa?
«Certo, ma questo potrebbe capitare anche se Madiba vivesse per sempre. C’è già instabilità, basti pensare alle industrie minerarie e agli scioperi dei lavoratori, che chiedono una vita migliore e salari più appropriati. Poi la disoccupazione giovanile, in particolare tra la popolazione nera, è una vera bomba sociale. Tutto questo provoca risentimento, e il risentimento genera la violenza».

Cosa bisognerebbe fare per affrontare i problemi più gravi?
«Per cambiare queste dinamiche serve riformare il sistema dell’istruzione. Nelle scuole delle township e delle zone rurali non arrivano neanche i testi scolastici. In realtà l’educazione per la popolazione nera non è cambiata dai tempi dell’apartheid. Abbiamo persone intelligenti, ma quando si arriva a certi livelli servono conoscenze appropriate, che oggi ancora mancano».

Il presidente americano Obama, che ha da poco visitato il Paese, ha proposto una partnership economica per rilanciare il Sudafrica. È la strada giusta da seguire?
«Sono solo parole. Cosa propone, in concreto? Prendere soldi in prestito? Alzare le tasse? Alla fine anche gli americani sfruttano le nostre miniere e non danno un vero aiuto concreto alla nostra economia».

Cosa può evitare che il sogno della vostra vita, una volta sparito Mandela, vada in frantumi?
«La nostra determinazione a resistere. È difficile per tutti, anche per i giornalisti, che continuano ad essere minacciati da leggi sulla censura simili o peggiori di quelle dell’apartheid. Io vedo e temo i problemi che abbiamo davanti, ma non sono disperata. Non lo sono per una ragione molto concreta: se la nostra gente è riuscita a superare la terribile prova dell’apartheid, possiamo vincere qualunque avversità».