Il decalogo delle buone alleanze per il non profit
Redazione 11 novembre 2013 La Gabbianella in...forma

Il decalogo delle buone alleanze per il non profit

Sole24Ore-111113Strumenti di lavoro: dalla rassegna stampa gli aggiornamenti su Terzo settore e non profit.

Il fenomeno si va estendendo, ma dietro la facciata emergono ostacoli e incomprensioni
Dai professionisti del fundraising la “black list” degli errori da evitare

Il decalogo delle buone alleanze
di Elio Silva

Il Sole 24 Ore, 11 novembre 2013

Propongono partnership senza essersi ben documentate sulle imprese che vanno a contattare. Non fanno ricerche di mercato e non preparano materiali adeguati per dialogare e farsi comprendere dagli interlocutori. Cadono spesso nell’autoreferenzialità, senza sforzarsi di valutare ilpunto di vista e le reali strategie delle aziende. Sono molti gli errori che le organizzazioni non profit commettono negli approcci con le imprese finalizzati alla condivisione di progetti o a vere e proprie alleanze. E, osservando la questione dall’opposto punto di vista, anche le aziende si rivelano talvolta impreparate e, soprattutto, più interessate a un ritorno a breve termine piuttosto che a una durevole strategia di responsabilità sociale.

Fa discutere, dunque, il fenomeno delle partnership tra profit e non prof it. Una tendenza in forte ascesa, favorita da un lato dalla crescita, sia quantitativa che qualitativa, delle organizzazioni senza fini di lucro, dall’altro dagli effetti della crisi, che stanno portando molte imprese a riconsiderare il proprio business, valorizzando più che in passato le relazioni con gli stakeholders, cioè ivariportatori di interesse, a cominciare dai dipendenti per arrivare ai clienti, ai fornitori, ai territori di riferimento.

Dietro la facciata di generale (e generico) entusiasmo per queste partnership, tuttavia, fermentano su entrambi i fronti svariati motivi di insoddisfazione. A rompere gli indugi e a squarciare il velo sulle note stonate, con l’intento di avviare un percorso costruttivo e virtuoso per risolvere i problemi, ci ha pensato Assif, l’associazione italiana dei fundraiser, ossia i professionisti delle raccolte fondi. In un convegno milanese, dal significativo titolo «(Non) mi fido di te», i vertici dell’associazione hanno presentato una vera e propria «black list» degli errori più comuni e insidiosi.

«Ogni partnership – spiega il presidente diAssif, Luciano Zanin – deve essere valutata, studiata e personalizzata sulla proposta che si va a costruire con l’impresa, all’interno di un metodo che sicuramente può essere sistematizzato, ma che richiede anche una buona dose di soft sküis, cioè di quelle competenze trasversali di tipo relazionale che sono essenziali per conseguire buoni risultati. L’organizzazione non profit non sempre riesce a identificare bene i propri bisogni, quindi non sa che cosa chiedere esattamente, oppure non ha studiato a sufficienza l’interlocutore. Un esempio su tutti riguarda proprio la comunicazione: le organizzazioni comunicano poco e in modo artigianale, mentre le imprese hanno bisogno di una comunicazione mirata, competente, innovativa».

Anche le imprese, però, sono sul banco degli imputati. Nel corso del convegno milanese i dirigenti di diverse Onlus hanno denunciato il rischio che le non profit siano “strumentalizzate” e ridotte, per esempio, ad agenzie di organizzazione di eventi low cost o, addirittura, a un’impropria “forza vendita”. Da qui un condiviso richiamo a una maggiore attenzione reciproca e al rispetto delle competenze, unica modalità che può garantire il successo delle iniziative, senza invasioni di campo.