Hosseini: “Raccontare l’Afghanistan non allevia il mio senso di colpa”
Redazione 9 ottobre 2013 La Gabbianella in...forma

Hosseini: “Raccontare l’Afghanistan non allevia il mio senso di colpa”

LaRepubblica-091013-AfghanistaStrumenti di lavoro: dalla rassegna stampa gli aggiornamenti sulla situazione internazionale.

“Raccontare l’Afghanistan non allevia il mio senso di colpa”
di Francesca Caferri

La Repubblica, 9 ottobre 2013

Sono passati dieci anni da 1 quando un libro con la copertina scura, il profilo di una città sormontato da un aquilone, faceva la sua comparsa sugli scaffali delle librerie americane. L’autore era uno sconosciuto medico di origini afghane, Khaled Hosseini: il volume si intitolavaTheKiteRunner-Il cacciatoredi aquiloni, in italiano – e sarebbe in breve tempo diventato unbest seller mondiale, con 21 milioni di copie vendute in tutto il mondo, 8 milioni solo negli Stati Uniti, e mesi di permanenzanella classifica dei libripiù letti del New York Times.

Oggi Khaled Hosseini non è più il dottore che sedeva alla scrivania la mattina presto per scrivere prima di andare a lavoro, ma uno dei più conosciutiprotagonistidella scenaletteraria mondiale, con tre romanzi all’attivo, traduzioniin701ingue, un film di successo tratto dal suo primo libro e un altro, ispirato al secondo, in arrivo. «Neanche nei miei sogni più arditi mi sarei aspettato una cosa del genere», confessa alla vigilia del tour europeo perla presentazione del suo ultimo romanzo, El’eco rispose, pubblicato in Italia da Piemme (sarà a Milano il 14 ottobre, unica data italiana): dall’uscita, in giugno, ha già venduto 800mila copie solo nel nostro paese.

Hosseini, da medico a scrittore conosciuto in tutto il mondo: in dieci anni la sua vita è totalmente cambiata.
«E vero. Gli autori all’inizio della carriera non dovrebbero mai prendermi come esempio, perché quello che è accaduto a me è incredibile. Dieci anni fa non mi aspettavo che il libro venisse pubblicato, quando è uscitononpensavo aunsuccesso simile e quando è accaduto non volevo crederci: per un anno e mezzo ho continuato a fare il medico, solo quando i pazienti hanno cominciato a venire per farsi fimlare le copie del libro e non per una visita ho capito che le cose erano cambiate. Ma devo ringraziarelamiafamiglia: grazie a loro non ho perso il senso di chi sono».

LaRepubblica-091013-Afghanista-1Le manca essere un medico?
«No. Assolutamente. Non sono mai stato mosso dallavocazione come tanti miei compagni di corso all’università: ho scelto di diventare dottore per assicurarmi la stabilità economica che eramancata allamia famigli a quan do è arrivata negli Stati Uniti, esule dallAfghanistan. Ma dentro di me ho sempre voluto scrivere».

Si è dato una spiegazione per il successo che ha raccolto?
«E chiaro che gli eventi accaduti in Afghanistan a partire dal 2001 mi hanno aiutato afaruscire il primo libro. Sarebbe ingenuo dire che la guerra non abbia avuto nessun ruolo. Mac’èunabella differenzafrafarsi pubblicare un libro e avere il successo che ho avuto io. Negli anni molte persone mi hanno detto che all’inizio erano riluttanti a leggere i miei romanzi, perché pensavano fossero deprimenti, mapoilo hanno fatto e ne sono stati felici: nelle mie pagine c’è l’Afghanistan, ma ci sono anche storie in cui ognuno di noi si può riconoscere come essere umano, indipendentemente dalla sua nazionalità. Credo che la chiave sia questa, la capacità di creare personaggi che parlano al lettore».

Dai romanzi emergono sentimenti ambivalenti nei confronti del suo paese di origine: grande amore, ma anche il disgusto di alcunivalori, eventi, personaggi. Cosa prova Khaled Hosseini per l’Afghanistan?
«Come scrittore, sento laresponsabilità di rappresentare quella terra in modo veritiero: ma come è vera per me, non secondo un’agenda politica. Non voglio educare l’Occidente sull’Afghanistan, tantomeno dire cosa andrebbe fatto o meno laggiù. Voglio immaginare un mondo credibile dove far vivere i personaggi che creo: sono felice che tanti lettori attraverso me abbiano capito chel’Afghanistannon è solo unaterra di violenza, droga e terroristi. Se dovessi dire quale vorrei che fosse l’eredità finale della mia scrittura forse sarebbe proprio questa: aver messo l’Afghanistan in una luce diversa. Ma non scrivo con questo obiettivo: sarebbe sterile e noioso».

Però di fatto lei è diventato più di un normale romanziere: è la voce di un paese lontano e difficile sulla scena letteraria mondiale. Ne sente il peso?
«Lo sento, certo. Sono un po’ come ldris, uno dei personaggi delmio ultimo romanzo: è un esule che torna a casa dopo tanto tempo ed è felice di essere scappato prima chela situazione precipitasse, ma allo stesso tempo si sente in colpa. Quando sono tornato a Kabul ho capito che la distanza che mi separava dall’uomo seduto a chiedere l’elemosina all’angolo della strada era solo genetica, essere nato in una famiglia invece che in un’altra. Se sono in Afghanistan, cerco sempre di ricordare che non sono come lepersone che ho davanti, che da parte mia sarebbe una grave mancanza di rispetto considerarmi uno di loro, per quello che loro hanno passato e io no. Ma una parte di me si sente a casa lì: è il luogo dove sono nato, ho pronunciato le prime parole e mi sono fatto i primi amici. Nonposso dimenticare».

È per placare il senso di colpa che ha aperto una fondazione che aiuta l’Afghanistan?
«E per dare una mano alle persone che sono, nella vita reale, come i personaggi dei miei libri. Principalmente cerchiamo di dare un tetto a chi non lo ha evive in strada. E poi finanziamo progetti di assistenza ai più bisognosi, che finiscono quasi sempre per essere donne e bambini».

L’anno prossimo è decisivo per l’Afghanistan. Le truppe straniere andranno via, ci saranno elezioni presidenzialieKarzai, che hadominato la scena per più di dieci anni, andrà via: cosa si aspetta?
«Non sarà il paese che la maggior parte degli afghani desiderava 12 anni fa. C’è molta disillusione, la situazione delle donne è difficile, le condizioni della sicurezza sono peggiorate. Ma ci sono stati anche dei progressi, che sono andati perduti nella narrativa della violenza e della corruzione quotidiana: l’Afghanistan è un paese giovane, in cui sistaaffermando unanuovagenerazione che non siidentificanei signori della guerra. Sono giovani connessi con il mondo, imbevuti di valori occidentali, la democrazia prima di tutto: se gli daremo una possibilità, potranno cambiare il paese».