Guerra in Siria: campo profughi di Zaatari, prima tappa della disperazione
Redazione 22 novembre 2013 La Gabbianella in...forma

Guerra in Siria: campo profughi di Zaatari, prima tappa della disperazione

Avvenire-221113Strumenti di lavoro: dalla rassegna stampa gli aggiornamenti sulla situazione internazionale.

Le donne in fila caniminano nella polvere degli “Champs-Elysées-: così e stata ribattezzata la via principale del campo profughi di Zaatari in Giordania, il secondo del pianeta por grandezza

LA GUERRA IN SIRIA
Il campo profughi di Zaatari: prima tappa della disperazione

Più di 130mila persone, soprattutto siriani, affollano la struttura in Giordania. Comanda la mafia locale, tra stupri e violenze. E la vita nelle tende è infernale

Dal nostro inviato a Zaatari (Giordania)
Paolo Lambruschi

Avvenire, 22 novembre 2013

La fila di donne in nero velate cammina nella polvere degli “Champs-Elysées” di prima mattina. Non perdono d’occhio le figlie. I negozi aprono presto e si trova di tutto nelle mille botteghe di strada affacciate sulla via principale ribattezzata come il boulevard parigino dall’ironia dei disperati del campo profughi giordano di Zaatari, il secondo del pianeta per grandezza. E prima tappa di una fuga dalla Siria che spesso finisce a Lampedusa o nel nord Europa passando per Egitto e Libia.

Nel campo comandano ribelli e malavita. La tensione è alta, i 132mila profughi ammassati tra tende dell’Acnur e container di zinco temono anche le spie del Mukhabarat, la polizia segreta di Assad. Spesso i bambini li trovi dietro i banconi, perché questo è un campo abitato soprattutto da minori esperti di morte, violenza e paura. E a circa due anni dalla fondazione nascono a Zaatari 18 neonati alla settimana, spesso senza il padre, morto, sparito o combattente.

Vivere nelle tende, soprattutto per loro, è un inferno. Il 90% della Giordania è desertico, quindi d’estate sono roventi e infestate da scorpioni e serpenti, d’inverno gelide e con il vento che sposta sabbia dappertutto. Eppure la vita si svolge prevalentemente all’interno, perché Zaatari scoppia e l’ordine, nonostante la buona volontà dell’Acnur, è sovente ingestibile per crimini e vandalismi.

«In Giordania – spiega Michele Servadei, rappresentante dell’Unicef nel regno hashemita – abbiamo certificato circa 330mila minori profughi siriani. A Zaatari sono circa 70mila, il 40% in età scolare».

Il confine con la Siria dista 15 chilometri, a un’ora e mezzo d’auto c’è Amman, la capitale dello Stato che dall’inizio del conflitto siriano ha a perto le frontiere a circa 550mila profughi. La porta è presidiata dai militari e dalla polizia giordana, si esce solo per necessità temporanee o per lasciare definitivamente l’insediamento. La regola non vale per i bambini, che passano ovunque. E dentro li vedi spazzare la strada principale e gli innumerevoli vicoli laterali, portare l’acqua, fare piccole commissioni.
Soprattutto dopo il tramonto, nessuno esce, perché le donne rischiano di venire stuprate e i bambini spariscono.

Certo, chi vive qui viene nutrito, scolarizzato e curato dall’Onu in uno dei sei ospedali da campo. Uno è stato donato dalla Cooperazione italiana e si occupa di analisi, malattie croniche e ginecologia con 100 visite giornaliere. E affollato di mamme con figli che soffrono di enuresi da stress post traumatico, non sopportano i rumori o hanno problemi di alimentazione. Il problema più diffuso è l’epatite.

Chi può permettersi una casa in affitto fugge, anche se un comitato di anziani, d’accordo con la direzione, cerca di far rispettare le regole comunitarie contro la potente mafia locale che ha stretto un’alleanza con quella di Dara’a, città siriana a 40 chilometri dal confine, rifugiatasi temporaneamente qui. Purtroppo non si limita a rifornire i negozi, alimenta un traffico ignobile di pedofilia. C’è chi vende una figlia per mantenerne altre tre o quattro. Nel campo sono stati chiusi diversi postriboli con prostituite minorenni gestiti da giordani e siriani. Altro problema, i matrimoni precoci. Arrivano uomini anziani dal Golfo o dalla Giordania attratti dalle ragazze siriane di 12-13 anni e le sposano. Pagano alla famiglia, spesso una madre sola che deve pensare a 4 o 5 figli, 500 dollari. Il matrimonio non viene registrato perché la legge giordana lo proibisce e dopo poche settimane la giovanissima sposa viene ripudiata minando il proprio futuro. Fuori dal campo bambini e ragazzi si danno al lavoro nero – piaga che affligge almeno 30mila piccoli profughi – nelle città come ambulanti o muratori per portare a casa 3 o 5 euro al giorno e aiutare la famiglia. L’Unicef e l’Ilo li hanno scovati nella valle del Giordano a raccogliere pomodori.

Intanto si sta costruendo un secondo campo dell’Acnur ad al-Azraq, che accoglieva curdi e iracheni 10 anni fa, con prefabbricati e aree di svago per non ripetere gli errori commessi a Zaatari.
Sugli “Champs-Elysées” di Zaatari c’è un negozio vende abiti da sposa. Costano 45 dollari l’uno. Lo gestiscono dei ragazzi, vittime senza voce destinate probabilmente a invecchiare, come è accaduto negli ultimi 70 anni ai profughi palestinesi, in baraccopoli come queste, divenute ormai ghetti della disperazione.

Ci sono anche sei ospedali. Uno è stato donato dalla Cooperazione italiana: si occupa di ginecologia e malattie croniche. Il problema più diffuso è l’epatite

L’orrore
Il centro è sosta iniziale di una fuga dal conflitto che spesso finisce a Lampedusa o nel nord Europa. La criminalità organizzata non si limita a gestire i commerci, ma alimenta anche un traffico ignobile di pedofilia. Sono stati chiusi postriboli con prostituite minorenni. Mentre anziani del Golfo vengono a fare “shopping” di ragazzine da “sposare”