Dalla Cina all’Italia per diventare schiave
Redazione 10 settembre 2013 La Gabbianella in...forma

Dalla Cina all’Italia per diventare schiave

InternazionaleDalla Cina all’Italia per diventare schiave

Barbie Latza Nadeau, Newsweek, Stati Uniti

Sono sempre di più le immigrate irregolari cinesi che lavorano in fabbriche illegali o che si prostituiscono

A parte i ciottoli delle strade e i tetti con le tegole di terracotta, la via Pistoiese, a Prato, non è come le altre strade italiane. Qui si sente l’aroma acre dell’olio di arachidi e del maiale alla dongpo. Le insegne dei negozi sono quasi tutte in cinese, scritte su strisce di stoffa rosse o azzurre appese in verticale con la traduzione italiana a caratteri microscopici. Invece della pasta e delle scatole di pomodoro, i negozi di alimentari vendono tipici prodotti cinesi come il riso e i germogli di bambù. Anche le facce sono quasi tutte cinesi. “Non c’è stata nessuna integrazione. Loro vivono dalla loro parte e noi dalla nostra”, dice Giovanni Braccini, 73 anni, che è nato e cresciuto a Prato e ha assistito alla lenta evoluzione della sua città in quella che definisce una capitale straniera: “Qui non siamo in Italia, ormai questaè Cina”.

Secondo i dati dell’Istat, negli ultimi dieci anni l’immigrazione cinese in Italia è triplicata. Ci sono più di 21omila cinesi, anche se solo 41mila sono ufficialmente registrati. Dal 2003 a oggi il numero di attività commerciali di loro proprietà è aumentato del 232 per cento, soprattutto a Milano, Napoli e Prato. Molti dei cinesi che vivono in Italia illegalmente sono stati portati qui dai trafficanti di esseri umani, per soddisfare la domanda di personale specializzato per le fabbriche che producono capi d’abbigliamento. Ilio agosto in Francia e in Spagna sono stati arrestati 75 componenti di una rete di trafficanti che porta questo tipo di lavoratori in Italia.

Jan e sua moglie Li, che non hanno voluto dire il loro vero nome perché non hanno i documenti in regola, sono arrivati a Roma a gennaio grazie ai trafficanti. Hanno pagato cinquantamila dollari a testa per il trasporto e per i falsi documenti di transito che probabilmente gli impediranno di essere rimpatriati se saranno arrestati dalla polizia. La sorella di Li lavora a Prato in una fabbrica per la tintura della seta e lei ha intenzione di raggiungerla quando l’azienda assumerà nuovo personale per la produzione autunnale. Li non parla italiano, ma a Prato non ne avrà bisogno, dice suo marito. Jan, che ha imparato un po’ di italiano prima di partire, lavorerà a Roma per alcuni parenti che hanno un emporio di casalinghi fino a quando non avrà abbastanza soldi per mettersi in proprio. “Anche noi abbiamo un sogno italiano. Dobbiamo riprenderci i soldi che abbiamo investito per venire qui”, dice.

Passare inosservati
Jan e Li hanno documenti che gli garantiscono una certa sicurezza, ma molti cinesi riescono apassare inosservati e nessuno sa chi sono veramente. Nella laguna di Venezia, a giugno, è stato trovato un busto senza testa e probabilmente si tratta di un’immigrata cinese. Nessuno ha mai reclamato il corpo. Un’altra vittima senza nome, questa volta un uomo sui sessant’anni, è stata trovata, sempre nella laguna, il 17 agosto. Le autorità stanno cercando qualcuno in grado di stabilirne l’identità. Nessuna delle persone scomparse in Italia corrisponde al profilo delle due vittime di Venezia. Il 6 agosto un giovane cinese, che dai documenti risultava chiamarsi Zhou Zheng Guo, è stato ucciso a coltellate in un internet point di Prato. La polizia ha attaccato le sue fotografie in tutta la città nella speranza di trovare qualcuno che conoscesse la sua famiglia o potesse reclamarne il corpo. Finora non si è ancora saputo chi fosse.

Chi trova lavoro nelle fabbriche tessili viene spesso trattato come uno schiavo. A Prato ci sono delle fabbriche nascoste, sorvegliate da guardiani, in alcuni edifici fatiscenti. Se arriva la polizia, i guardiani fanno scattare un allarme e gli operai irregolari scendono nei seminterrati, che sembrano le celle di una prigione. Il comune di Prato a marzo ha aperto un’indagine sulle condizioni di lavoro nelle fabbriche, dopo che un giovane operaio cinese malnutrito, di circa sedici anni, è andato al pronto soccorso per le gravi ferite provocate dal guasto a una macchina della fabbrica. Il ragazzo ha dichiarato alle autorità che lavorava sette giorni alla settimana per circa un euro all’ora. Il suo turno di solito cominciava alle sette di mattina e finiva a mezzanotte. Dormiva nella fabbrica e una parte dello stipendio andava per il vitto e l’alloggio. È stato affidato agli assistenti sociali e, in cambio della sua collaborazione, ha ottenuto il permesso di rimanere in Italia. Alcuni video girati di nascosto dagli operai cinesi che hanno accettato anche loro di collaborare con la polizia hanno rivelato condizioni di lavoro disumane, con bambini piccoli che dormono su materassi stesi a terra tra topi e scarafaggi.

Non solo incubi
Per guadagnarsi da vivere alcune immigrate irregolari si prostituiscono e sono vittime del conseguente sfruttamento. I17 agosto, a Milano, tre donne di 27,32 e 26 anni, nude, sono saltate da un balcone al primo piano per sfuggire a mesi di prigionia come schiave sessuali di uomini d’affari cinesi. Una di loro è entrata in una farmacia, le altre due sono salite su un tram. Nessuna delle tre donne è stata in grado di fornire alla polizia l’indirizzo della casa in cui erano prigioniere. Non parlavano italiano e non sapevano neanche in che città si trovassero.

Ma non tutti i sogni di questi immigrati si trasformano in incubi. Grazie alle fabbriche cinesi legali, la zona di Prato è diventata una delle più importanti d’Europa nel settore della colorazione dei tessuti, che esporta in tutto il mondo. Gli industriali cinesi si sono impegnati a investire venti milioni di euro in un centro di ricerca congiunto finanziato dal governo di Pechino per la formazione di operai dell’industria tessile e dell’abbigliamento. Il progetto, che è stato contestato da alcuni industriali locali e da una parte dell’amministrazione regionale, non è stato ancora approvato dal comune. I suoi sostenitori, tra cui il presidente della regione Toscana Enrico Rossi, pensano che questa collaborazione porterà posti di lavoro legali e servirà anche a controllare il contrabbando di merci prodotte in alcune delle fabbriche. Gli oppositori, come il sindaco di Prato Roberto Cenni, pensano invece che sarà un altro modo per permettere ai cinesi di “saccheggiare la nostra economia”.
Anche senza centro di ricerca, però, il flusso di immigrazione dalla Cina non sembra fermarsi. E di conseguenza anche lo scontro tra culture probabilmente continuerà.  bt