da un ponte per…: emergenza libano
Redazione 18 Ottobre 2021 In primo piano

da un ponte per…: emergenza libano

Caos Libano: torna lo spettro della guerra civile

15 Ottobre 2021, 13:29

Gli spari, le morti e le decine di feriti riportano il panico a Beirut. Una giornata che ha riportato alla memoria gli anni terribili della guerra civile, in un Paese che non riesce proprio a fare i conti con il suo passato. I commenti dalla società civile libanese dei nostri partner ‘Fighters for Peace’ e ‘Permanent Peace Movement’. 

“La scena di oggi a Beirut ha riportato alla mente del popolo libanese i giorni terribili della guerra civile” – è quanto afferma senza mezzi termini l’Ong libanese “Fighters for Peace”.
La tensione che era nell’area sin dalla mattina si è rapidamente trasformata in scontri e sparatorie in una zona residenziale di Beirut, densamente popolate e senza alcuna difesa. Il fumo e il rumore dei proiettili, ancora una volta, si alzano sopra i palazzoni. Sembra di essere tornati indietro 30 anni, ma come siamo di nuovo giunti a questo punto?

Dalle enormi proteste dell’ottobre 2019 ad oggi il Libano è attraversato da un turbinio costante di tensioni sociali, economiche e enormi difficoltà sanitarie: la crisi monetaria e l’inflazione non hanno tregua, il costo della benzina che quadruplica, i beni di prima necessità che diventano inaccessibili, fino al recente black out totale.  “Queste tensioni continuano imperterrite a minare la credibilità delle istituzioni statali, finendo col lasciare spazio all’azione indisturbata del sistema clientelare settario” – ci spiega il nostro Capo Ufficio David Ruggini – “il prezzo più alto lo paga il popolo, costretto quotidianamente a trovare nuovi escamotage per sopravvivere”.

La terribile esplosione nel porto di Beirut dello scorso agosto ha peggiorato ulteriormente le cose, alimentando la sensazione diffusa di vivere in un paese assurdo, dal quale sarebbe meglio scappare il prima possibile.  Secondo Fadi Abi Allam, presidente dell’Ong Permanent Peace Movement, da quando il giudice Tarek Al Bitar è stato incaricato di investigare sull’esplosione del porto “ha cercato solo di fare il suo lavoro, senza tener conto delle fazioni politiche più o meno coinvolte. Il che ha significato anche emettere mandati di arresto e comparizione verso esponenti di spicco dei partiti sciiti che a loro volta hanno iniziato a mettere in discussione l’obiettività e la neutralità del giudice, accusato di portare avanti gli interessi stranieri. Tutto ciò ha portato al riemergere di paure reciproche tra sciiti e cristiani”.

La manifestazione di ieri, organizzata dai partiti sciiti Hezbollah e Amal, era stata organizzata contro le accusa del giudice verso alcuni esponenti politici di spicco, sospettati di essere a conoscenza dell’enorme quantità di Nitrato presente nei celeberrimi silos bianchi del porto beirutino. L’accusa è di essere stati negligenti rispetto alla messa in sicurezza dell’area.

I manifestanti arrivati al punto di ritrovo di Tayouneh in tenuta militare e armi in mano, sono stati accolti dai colpi di fucile di alcuni cecchini appostati nei palazzi limitrofi di Badaro e Ain Remmeneh. Ne sono scaturiti scontri a fuoco abbastanza intensi con almeno 6 morti e diversi feriti/e, fino a quando l’esercito non è riuscito a riprendere il controllo della situazione, circondando l’area, allontanando i manifestanti armati e catturando i cecchini (senza rivelare l’affiliazione o i mandanti).

Le scene di oggi rimandano tristemente all’Aprile del 1975 quando esattamente nella stessa zona avvennero degli scontri a fuoco che portarono allo scoppio della guerra civile libanese. La situazione nelle strade rimane tesa, i continui appelli alla calma dei vari leader politici sembrano uno specchio per allodole: la realtà è che ogni partito o milizia sta lottando per mantenere i propri privilegi, a scapito degli altri.

Fadi tenta a modo suo di rassicurarci – “Per voi occidentali questi eventi sembrano incredibili perché siete abituati a vivere nella stabilità. Noi non siamo sorpresi, la nostra vita quotidiana è attraversata dall’instabilità. Siamo assuefatti all’instabilità“.

Gli fa eco il nostro David – “Trovo queste parole cinicamente vere. Gli scontri di oggi sono una dimostrazione di forza per indebolire le istituzioni statali e mettere pressione sul giudice incaricato dell’indagine. Che siano ancora l’inizio di una possibile guerra civile – come i più stanno scrivendo – resta più difficile da stabilire. Quello che è certo è che sarà ancora una volta la popolazione civile a pagare il prezzo più alto ai locali signori della guerra”.

Il Libano di oggi è infatti ancora ostaggio di quel sistema settario nato alla fine della guerra civile (1975-1990) con gli Accordi di Ta’if, l’unico sistema che sembrava garantire un minimo di stabilità al Paese ma che di fatto ha finito per alimentarne le contraddizioni, la corruzione, le lotte tra sette.  Esiste poi un enorme problema di ricambio della classe dirigente: moltissimi uomini che erano in prima linea nella fratricida e sanguinosa guerra civile siedono ancora oggi in parlamento, nei ministeri e ai vertici dei partiti e delle istituzioni. Da molti sono percepiti come ciò che concretamente blocca il progresso del Paese.

Il commento conclusivo sulla giornata di ieri lo lasciamo a Ziad, Presidente di Fighters for Peace, un’organizzazione di reduci della guerra civile che hanno scelto di dedicarsi alla costruzione della pace – “Morti e feriti nei vicoli e tra i palazzi, bambini/e nelle scuole che tremano di paura seduti per terra nei corridoi, ben lontani dalle finestre, spaventati dal rumore dei proiettili, famiglie che fuggono dalle loro case. Passano i decenni ma la domanda rimane la stessa: per quanto tempo i bambini e le bambine libanesi saranno ostaggio della paura ogni volta che escono di casa? Quando impareremo che la violenza non è una soluzione e che non c’è modo di ricostruire il Paese se non attraverso il dialogo e l’accettazione dell’altro? Non è ancora giunta l’ora di imparare dagli errori del passato per costruire un futuro migliore?”

Parole che ci suonano dolorosamente profetiche, nella speranza che simili atrocità non stiano per tornare.