Crowdfunding: le persone diventano banche per finanziare ciò che merita
Redazione 27 giugno 2013 La Gabbianella in...forma

Crowdfunding: le persone diventano banche per finanziare ciò che merita

CrowdfundingStrumenti di lavoro: dalla rassegna stampa di oggi

Il Tempo, 27 giugno 2013

Crowdfunding
Le persone diventano banche per finanziare ciò che merita

di Nicola Imberti

Qualche settimana fa la rivista Forbes quella che, per capirsi, ogni anno pubblica la classifica degli uomini più ricchi del mondo, si è interessata all’Italia. E stavolta non per metterne in luce vizi e debolezze, ma per richiamare l’attenzione del mondo economico finanziario su un fenomeno su cui il nostro Paese, stando agli analisti di Forbes, potrebbe essere all’avanguardia: il crowdfunding. O meglio, l’equity crowdfunding. Il termine dovrebbe essere noto anche a chi ha poca dimestichezza con l’inglese. Soprattutto perché, a detta di molti, sta diventando una valida alternativa alle forme di finanziamento tradizionale. Ma andiamo per ordine. significa letteralmente «finanziamento della folla». Un’idea molto semplice e tutt’ altro che innovativa. La raccolta di risorse a sostegno di progetti non è certo un’ invenzione di questo secolo. La crisi economica e una politica bancaria sempre più avara sul fronte del credito hanno semplicemente prodotto una sorta di ritorno al passato. A quella formula, tanto cara alla saggezza popolare, per cui «chi fa da sé, fa per tre». Barack Obama ha costruito sul crowdfunding una parte significativa del finanziamento alla sua campagna elettorale. E, qua è là, sono cominciate a nascere piattaforme che offrono la possibilità di raccogliere risorse per realizzare dei progetti (la più famosa è Kickstarter). Cosa c’entra l’ Italia con tutto questo? Chiara Spinelli è un pioniere del crowfunding nel nostro Paese. Ha fondato e gestito per due anni la piattaforma Eppela e attualmente fa parte dell’associazione Italian crowdfunding network. «Negli ultimi mesi – racconta – le piattaforme sono cresciute come funghi. A novembre dello scorso anno se ne contavano 16. E 5 erano e sono in fase di lancio. È chiaro che si tratta di una corsa all’oro sulla scia del successo di Kickstarter (dove, peraltro, più del 50% dei progetti non va a buon fine). Ma il fenomeno esiste e si sta lavorando ad una legge che regoli il settore dell’ equity crowdfunding (la possibilità di ottenere una partecipazione azionaria in cambio dei soldi investiti ndr). Un intervento previsto dal decreto “Cresci Italia”. La Consob sta seguendo l’iter del provvedimento e a tutt’ oggi non c’ è nulla di definitivo, e molti nel settore lamentano l’ allungamento dei tempi». Insomma forse non saremo, come dice Forbes, l’avanguardia del settore, ma di sicuro non stiamo fermi a guardare. «Ad aprile 2013 – prosegue Spinelli – i progetti presentati alle varie piattaforme erano più di 30mila, 9mila quelli messi online di cui circa il 28% andati a buon fine. Per un ammontare di circa 13 milioni di euro». Quali sono le piattaforme migliori? «Sicuramente Musicraiser (creato da Giovanni Gulino, voce del gruppo “Marta sui tubi” ndr). Il settore musicale è in crisi da anni quindi è diventato piuttosto ricettivo a forme alternative di finanziamento. Poi c’ è Produzioni dal basso che è su piazza dal 2005. Dei veri pionieri. Qui la caratteristica principale è la trasparenza che, chiedendo risorse attraverso il web, è imprescindibile». Certo, Spinelli non nasconde che l’ Italia, rispetto ai Paesi anglosassoni sconta un gap culturale: «L’America è il posto dove può nascere uno Steve Jobs in un garage. Da noi, invece, esiste una certa invidia sociale verso il singolo individuo, che si traduce in una scarsa propensione al rischio e a fidarsi di altri. Altra cosa il volontariato, il senso di aggregazione delle comunità locali». Per questo un terreno percorribile potrebbe essere quello del civic crowdfunding. Una moderna forma di «mecenatismo» in cui i cittadini si mettono insieme a sostegno del bene comune aiutando le istituzioni pubbliche. È già successo a Torino, dove Palazzo Madama ha raccolto circa 90mila euro per riacquistare un servizio di porcellane dei d’ Azeglio (ne servivano 80mila). Cosimo Pacciani è un risk manager che lavora nella City e si è sempre interessato al rapporto fra credito e società. Nel 2012, ospite di Ted a Firenze, indicò le 6 parole da cui, secondo lui, potrebbe partire la prossima rivoluzione nel sistema finanziario. Le prime due erano people e crowd (funding). «La possibilità che le persone si riorganizzino dal basso – spiega – rappresenta uno dei futuri possibili del credito. Mentre le banche, i veicoli tradizionali di finanziamento, sono ancora occupate a rimettere in sesto i loro bilanci, nascono strumenti alternativi per creare accesso al credito. Anche se mediamente più rischiosi, come quello equity. Esiste un problema, però, fra un sistema tradizionale molto regolamentato, anche troppo, e dall’ altro spazi di libertà eccessiva in cui non solo l’ investitore, ma anche l’utilizzatore, non sono tutelati». «Il rischio che nasca una bolla destinata ad esplodere – prosegue – esiste. Per molti il crowdfunding sta diventando una specie di “multiproprietà” del terzo millennio. Ma, va fatta una distinzione fra chi raccoglie fondi per proprio interesse (anche in settori come l’ immobiliare, e magari per spalmarne i profitti ai suoi investitori) con il crowdfunding. Dobbiamo sempre tenere presente la regola delle “tre P”: people, planet, profit. Un investimento è sostenibile se produce un beneficio sociale, ambientale e un ritorno economico. Se ci muoviamo lungo questo asse, il crowdfunding diventerà l’occasione per creare nuova coesione sociale e per creare le basi di una finanza buona, perlomeno migliore. E non è detto che il settore tradizionale non voglia riallinearsi, molte banche hanno già politiche di sostenibilità e di “condotta” che guardano al lungo periodo e alla società come una parte in causa importante». Anche Giovanni Casali, che lavora per una banca d’affari, non nasconde i rischi del settore: «Il decreto messo a punto dalla Consob ha, a mio avviso, molti aspetti positivi. E l’ Italia potrebbe presto trovarsi ad avere la legislazione più innovativa a livello europeo per quanto riguarda l’ equity crowdfunding. Ciò nonostante restano alcuni nodi da sciogliere: come guadagnano queste piattaforme? Ricevono soldi da chi presenta i progetti? Come vengono tassati i profitti? Chi amministra le società che nascono attraverso il crowdfunding? L’investitore, infatti, rischia di entrare in un’ impresa di cui non conosce il management, né gli altri soci. E poi, ultimo ma non meno importante, il tema dell’ anti-riciclaggio perché è chiaro che questo può diventare un ottimo modo per per “pulire” soldi». Insomma, le criticità non mancano. Così come non manca l’ impressione che, esaurita la spinta iniziale, molti decidano di mollare. «Tanti falliranno – sottolinea Spinelli – anche perché sono convinti che le piattaforme siano una sorta di bacchetta magica con cui realizzare i propri sogni. Io, però, non penso che siamo in presenza della solita bolla speculativa. Credo che Kickstarter diventerà il player principale a livello mondiale. E il fenomeno non si esaurirà. L’ idea è comunque alla base del principio dell’economia della rete e della sharing-economy: spendiamo meno, spendiamo meglio, scegliendo ciò che ci piace dal basso».