Cooperazione e aiuti umanitari: l’intervista di Nove Colonne a Giampaolo Cantini
Redazione 18 giugno 2013 La Gabbianella in...forma

Cooperazione e aiuti umanitari: l’intervista di Nove Colonne a Giampaolo Cantini

Giampaolo-Cantini-cooperazioneStrumenti di lavoro: dalle agenzie di stampa gli aggiornamenti sulla cooperazione e le politiche sociali.

L’INTERVISTA / COOPERAZIONE, CANTINI: ITALIA IN PRIMA LINEA SU AIUTI UMANITARI

(9Colonne) Roma, 17 giugno 2013 – Da metà gennaio il ministro Giampaolo Cantini, 56 anni, fiorentino di Borgo San Lorenzo, è direttore generale della Cooperazione Italiana allo Sviluppo. Concluso il “rodaggio”, Cantini – già Ambasciatore ad Algeri e console generale a Gerusalemme – ha accettato di rispondere alle domande di Nove Colonne.

Ministro Cantini, la cooperazione italiana può giovarsi dell’esperienza internazionale del nuovo responsabile della Farnesina, Emma Bonino.
“Il ministro Bonino ha una storia personale legata alle grandi tematiche dei diritti umani, della promozione della democrazia, della diplomazia umanitaria, ma è impegno di tutto il governo ridare un ruolo importante e rilanciare la cooperazione, assicurando un flusso di risorse prevedibile e, come è stato scritto nel Def 2013, riprendendo un percorso di crescita graduale che permetta all’Italia di giocare un ruolo importante nelle sedi multilaterali. Un impegno che il governo ha voluto sottolineare con la nomina di un viceministro con delega per la cooperazione, Lapo Pistelli”.

Lei però si trova a gestire i tagli che sono stati decisi negli anni precedenti
“Dobbiamo dare atto al governo Monti di aver già invertito la tendenza con un aumento degli stanziamenti per l’esercizio finanziario 2013. Adesso si tratta di continuare su questo percorso. Il punto più drammatico è stato toccato nel 2012, ora ci stiamo riprendendo. Non è un problema solo di risorse finanziarie, ma anche di riassetto e di riforma della cooperazione, come la ministro Bonino ha detto più volte. Indubbiamente la legge attuale rispecchia un mondo oramai superato come quello della Guerra Fredda e dei blocchi. Sono cambiate tante tematiche e il rapporto tra pubblico e privato. Si è affermato il ruolo della cooperazione decentrata, tutti fenomeni che prima non esistevano o erano più limitati. C’è stato già un dibattito molto importante nella scorsa legislatura in Parlamento sul progetto di legge presentato da due senatori di due parti politiche diverse; ora sono stati presentati nuovi progetti di legge. Questo è il terreno su cui il nuovo governo ha intenzione di impegnarsi, d’intesa con il Parlamento, per varare una legge di riforma della cooperazione”.

Nel corso degli anni la cooperazione è diventata sempre di più un aspetto della politica estera nazionale. E’ un dato che possiamo dare per acquisito?
“La cooperazione è stata sempre governata dall’art. 1 della legge 49/1987 che stabilisce proprio il criterio secondo il quale la cooperazione è una componente fondamentale della politica estera e in quanto tale deve avere una collocazione anche istituzionale all’interno del ministero degli Esteri. Su questo mi pare ci sia un consenso piuttosto ampio, anche se non unanime, tra le forze politiche. La componente umanitaria ha un ruolo fondamentale, lo ha sempre avuto. In questo momento pensiamo alla Siria, pensiamo a quello che stiamo facendo per il Mali e il Sahel, pensiamo a regioni ancora molto critiche come Grandi Laghi e Somalia. Per quest’ultimo Paese in particolare si stanno facendo sforzi importanti in sede internazionale per accompagnare il percorso di stabilizzazione e pacificazione, e la cooperazione sostiene questo impegno dell’Italia. Uno dei primissimi atti della ministro Bonino dopo il suo insediamento è stato partecipare alla conferenza di Londra a maggio. Il viceministro Pistelli ha partecipato alla conferenza sul Mali a Bruxelles.
Sono teatri su cui c’è un forte impegno del governo e in cui la cooperazione gioca un ruolo essenziale come componente fondamentale della politica estera”.

Secondo lei nel campo della cooperazione l’Italia può essere presa a modello?
“Assolutamente sì. Ci sono settori in cui siamo all’avanguardia, come ad esempio quello della tutela e promozione del patrimonio culturale: quando nella cooperazione si parla di formazione di operatori culturali, attività di restauro, creazione di microimprese nei paesi in via di sviluppo, il riferimento naturale è l’Italia. Un’altra area di intervento in cui abbiamo realizzato dei progetti importanti è quella delle tematiche di genere; qui abbiamo raggiunto risultati significativi in Paesi come l’Afghanistan o i Territori Palestinesi e probabilmente nel prossimo futuro interverremo anche in Somalia. La nostra azione è volta a garantire l’assistenza legale, psicologica e sanitaria alle donne e alle ragazze, ma cerchiamo di avere un impatto anche sul contesto sociale con campagne contro la violenza e in favore dell’empowerment femminile. Poi c’è il settore dei minori, in cui abbiamo progetti molto significativi come quello, ormai quasi in fase di chiusura, contro lo sfruttamento sessuale in Cambogia, nelle aree al confine con il Vietnam, il Laos e la Thailandia. Abbiamo poi realizzato importanti iniziative in America centrale sui problemi dei bambini di strada, della criminalità giovanile, dell’esclusione sociale. Abbiamo una tradizione consolidata nel settore socio-sanitario, quindi anche per la salute materna e infantile. E questo sia con la gestione diretta, sia sostenendo progetti d’intesa con le organizzazioni non governative”.
“Proprio sul settore socio-sanitario si è incentrata la partecipazione della Dgcs al Forum Pa con una serie di seminari volti a illustrare le attività della direzione generale, spesso realizzate anche con altri partner, in progetti molto importanti quali la lotta alle pandemie, la salute materno-infantile o la lotta al tumore al seno, ad esempio in Nord Africa. La Cooperazione si muove anche per lo sviluppo locale, il sostegno alla piccola e media impresa, le infrastrutture, ma con le scarse risorse attuali ci siamo concentrati su settori che chiamiamo di sviluppo umano: quindi servizi sociali, protezione dei settori più deboli, aspetti formativi.
In alcuni paesi c’è sempre più, soprattutto in ambito Ue, l’abitudine di ripartirsi i compiti: ogni donatore ha un certo settore e in quel settore ha un ruolo guida. La Cooperazione italiana ha sicuramente un ruolo guida sul gender e sul settore socio-sanitario”.

Si è avviata anche una sorta di collaborazione con gli enti locali italiani?
“La Cooperazione collabora con una pluralità di soggetti, tra cui sono compresi non solo gli Enti locali ma anche il mondo accademico, istituti specializzati, organismi internazionali, Ong, associazioni ed altri enti, pubblici e in qualche caso anche privati. Per quello che riguarda gli interventi in campo socio-sanitario, ad esempio, possono essere di volta in volta coinvolti l’Università La Sapienza, l’ospedale Spallanzani o altri partner del settore”.

Di cooperazione si occupano anche enti locali, ong, istituzioni varie, privati. Non c’è il rischio che la frammentazione degli interventi possa penalizzare un settore che avrebbe bisogno di compattezza e unità?
“Da qualche anno è attivo un tavolo interistituzionale che, secondo alcuni progetti di legge, dovrebbe diventare un comitato permanente che raggruppi le istituzioni che si occupano di sviluppo. Poi ci sono dei ‘sottotavoli’ che si riuniscono su aree geografiche e tematiche specifiche. C’è sempre di più lo sforzo di coordinarsi e soprattutto di integrare le rispettive azioni, Paese per Paese o area per area. C’è la consapevolezza che bisogna rendere più efficace l’utilizzo delle risorse che si mettono in campo”.

Che ruolo gioca l’Europa nel settore della cooperazione?
“La Commissione europea ha una parte di fondi dedicata alla cooperazione decentrata ed essa stessa incoraggia gli enti locali degli Stati membri a fare cooperazione. E così anche per le ong. Tra gli stati membri della Ue si rafforza sempre di più la consapevolezza della necessità di coordinare i programmi tra i diversi Paesi e con la Commissione, proprio per fare quello che in termine tecnico si chiama “joint planning”. In questo momento ci sono cinque Paesi – Guatemala, Laos, Ghana, Ruanda ed Etiopia – per i quali gli stati membri, con le loro agenzie di sviluppo, stanno collaborando a una pianificazione degli aiuti. La stessa Commissione europea, avendo un volume di aiuti rilevante, ne affida una parte, negoziandola con gli Stati membri, proprio alle agenzie nazionali. E su questo aspetto la Cooperazione italiana ha ottenuto un successo importante, perché ha avuto la delega di questi fondi comunitari su tre programmi che partiranno tra la fine di quest’anno e l’anno prossimo in Albania, Sudan ed Egitto. Questo ci permette di aumentare le risorse a nostra disposizione”.

Quando si assume un incarico ci si dà un obiettivo: qual è il suo?
“Intanto siamo passati a un sistema di assegnazione dei cofinanziamenti alle ong con una procedura concorsuale di tipo europeo. E’ una novità che dovrebbe arrivare a breve scadenza, e questo mi fa ovviamente piacere. L’obiettivo più ambizioso è di sostenere l’azione del governo, mettendoci a diposizione in vista della legge di riforma, Un altro obiettivo che a me piacerebbe veder realizzato è quello di riuscire ad assumere nuovi esperti di cooperazione, aprendo la nostra unità tecnica centrale all’apporto di giovani che abbiano fatto esperienza sul terreno, che vengano anche dal mondo delle ong e che sentano proprie le tematiche di cui noi ci occupiamo”.