Congo, una guerra dimenticata dai media
Redazione 29 ottobre 2013 La Gabbianella in...forma

Congo, una guerra dimenticata dai media

Avvenire291013Strumenti di lavoro: dalla rassegna stampa gli aggiornamenti sulla situazione internazionale.

UNA GUERRA SILENZIATA DAI MEDIA. LE PAROLE DI UN VESCOVO MARTIRE

Il sangue del Congo
di Giulio Albanese

Avvenire, 29 ottobre 2013

Ancora oggi, purtroppo, nell’Africa subsahariana divampano conflitti che sembrano non interessare al sistema dei mass media. Tra questi uno dei più emblematici è quello che devasta sul versante orientale della Repubblica democratica del Congo (Rdc) e, più precisamente, nella tormentata regione del Kivu settentrionale. Si tratta di una guerra a “bassa intensità” (Low intensity conflict), cioè di una situazione di belligeranza in cui l’uso della cosiddetta forza militare viene applicato selettivamente per imporre l’osservanza di determinati obiettivi dei gruppi che operano sul campo. Questo non significa assolutamente che questo conflitto sia meno cruento di altri, rna che è tale, per queste sue caratteristiche, da non suscitare l’interesse che meriterebbe, anche qualora le istituzioni internazionali decidessero di inserirlo nell’agenda delle priorità politiche e umanitarie.

Recentemente, ad esempio, una delegazione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu si è recata sia nella Rdc, come anche in Ruanda e in Ugan da. Al centro degli incontri l’insicurezza provocata nel NordKivu dai vari gruppi armati ancora attivi, tra cui soprattutto il Movimento 23 marzo (M23), sostenuto militarmente dal governo di Kigali e da quello di Kampala. In un comunicato diramato a Goma, capoluogo del Nord-Kivu, la delegazione Onu ha dichiarato che una soluzione militare, da sola, non risolverà completamente il conflitto, con particolare riferimento al braccio di ferro in atto tra il governo congolese e la ribellione del M23. A questo proposito è stata ribadita la “via politica”, con particolare riferimento ai negoziati in corso a Kampala, tra il governo congolese e M23, auspicando una rapida conclusione delle ostilità. Sta di fatto che le trattative – riprese il 10 settembre scorso nella capitale ugandese, con l’impegno di tutte le parti a concluderle entro quattordici giorni – si trovano ormai in una situazione di stallo, con la complicità non solo degli attori in campo ma anche di quelle diplomazie, regionali e addirittura fuori dal continente, che guardano con bramosia alle immense risorse del sottosuolo congolese.

Il dialogo si è in particolare arenato soprattutto quando M23 ha adottato una strategia da manuale del maquillage, presentandosi come il difensore dei diritti umani, quando invece si è macchiato di indicibili crimini contro la stremata popolazione civile. L di ieri la notizia che le forze armate congolesi (Fardc) hanno riconquistato in questi giorni tre importanti località finora sotto il controllo del M23: Kibumba, Kiwanja e Rutshuru. Intanto i soldati ruandesi sarebbero già pronti ad attuare «un’operazione mirata in territorio congolese», ha dichiarato l’ambasciatore di Kigali all’Onu, Eugène Richard Gasana. Questo, in sostanza significa che, al momento, l’opzione militare sembra prevalere nei fatti. Da rilevare che da quelle parti è anche schierato il dispendioso contingente dei caschi blu dell’Onu (Monusco) il cui mandato dovrebbe consistere nel disarmare i gruppi armati, estendendo la cosiddetta “zona di sicurezza” ad altri territori ad alto tasso di belligeranza. E curioso, dunque, che tale perimetro continui a essere abbastanza circoscritto rispetto alle reali potenzialità della forza di peacekeeping in campo.

In poche battute, questo è il clima che si respira oggi nel Kivu, proprio nel giorno in cui si commemora il martirio di monsignor Christophe Munzhirwa, arcivescovo di Bukavu, avvenuto il 29 ottobre del 1996. Gesuita, difensore dei deboli, coniugò sapientemente il coraggio della denuncia all’amore nei confronti di chiunque, senza distinzione di sorta. Attingeva la forza nell’ascolto della Parola di Dio e della storia del suo popolo. A chi lo metteva in guardia dal pericolo, rispondeva: «Non c’è che un prezzo da pagare perla libertà, il prezzo del sangue».