Cento milioni di minori sfruttati al lavoro nei campi
Redazione 23 settembre 2013 La Gabbianella in...forma

Cento milioni di minori sfruttati al lavoro nei campi

ilo-lavoro-minorileRidotto di un terzo il lavoro minorile nel mondo. Ilo: ”Progresso troppo lento”

Sono 168 milioni i minori di 18 anni che oggi lavorano nel mondo, rispetto ai 246 del 2000. Progressi soprattutto durante la crisi economica (2008-2012). Ma sono ancora 85 milioni i bambini ancora coinvolti in attività pericolose per la salute

Redattore sociale, 23 settembre 2013

ROMA – Sono 168 milioni i bambini e i ragazzi che lavorano oggi nel mondo e nel 2012 corrispondono all’11 per cento della popolazione minore di 18 anni: un terzo rispetto ai 246 milioni minori che lavoravano nel 2000. Lo afferma il Rapporto “Marking progress against child labour: Global estimates and trends 2000-2012” (Misurare i progressi nella lotta contro il lavoro minorile: stime e tendenze globali 2000-2012) presentato questa mattina dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo). Il nuovo rapporto fornisce la più recente e completa analisi attualmente disponibile sulle dimensioni del lavoro infantile e gli sforzi internazionali tesi ad eliminarlo.

Dati e tendenze. Risulta incoraggiante che la diminuzione del numero di bambini che lavorano riguarda principalmente la fascia di età tra i 5 e gli 11 anni, diminuita di oltre un terzo (65,9 milioni) tra il 2000 e il 2012. Si tratta della fascia di età in cui è ancora maggiore il numero di bambini che lavorano (73 milioni, il 44% del totale).

Il rapporto nota che la riduzione del numero di bambini che lavorano è stata particolarmente rapida negli ultimi anni: tra il 2008 e il 2012 la cifra è precipitata da 215 a 168 milioni.
Lo studio sottolinea come i progressi nella lotta al lavoro dei bambini – a seguito dell’adozione di leggi contro il lavoro minorile e di investimenti in scuola e istruzione da parte dei governi – siano avvenuti nonostante la crisi economica. Per questo, secondo lo studio dell’Ilo gli Stati devono essere particolarmente attenti al rischio della ripresa del lavoro minorile nel momento che l’economia globale ricomincia a muoversi.

“Ci stiamo muovendo nella direzione giusta, ma il progresso è ancora troppo lento”, commenta il direttore generale dell’Ilo, Guy Ryder. Al ritmo attuale, sottolinea il rapporto, non sarà raggiunto l’obiettivo di eliminare le peggiori forme di lavoro minorile entro il 2016. Attualmente, oltre la metà dei 168 milioni di bambini che lavorano nel mondo sono coinvolti in attività pericolose per la loro salute e la loro corretta crescita: si tratta di 85 milioni di bambini contro i 171 del 2000. “Se vogliamo davvero mettere fine alla piaga del lavoro minorile nel prossimo futuro, afferma Ryder, abbiamo bisogno di uno sforzo maggiore a tutti i livelli. Ci sono 168 milioni di ragioni per farlo”.

Le azioni utili. Il rapporto identifica le azioni che hanno determinato la riduzione del lavoro minorile negli ultimi 12 anni: è considerato particolarmente rilevante l’aumento dell’impegno dei singoli governi, che in numero crescente hanno ratificato le convenzioni internazionali dell’Ilo n° 182 sulle Peggiori Forme di Lavoro Minorile e n° 138 sull’età minima di ammissione al lavoro. Lo studio sostiene che da un lato i governi hanno rafforzato la legislazione contro il lavoro minorile, dall’altro hanno fatto maggiori investimenti in educazione. E’ ritenuta importante anche la strategia messa a punto dall’Ilo con la “Roadmap dell’Aja”.

“Nessuno può prendersi tutto il merito di questo risultato, dato che in molti hanno contribuito a porre attenzione ai negativi impatti del lavoro minorile sulla crescita economica, il futuro delle società e dei diritti”, commenta Constance Thomas, Direttrice del Programma Internazionale dell’Ilo contro le Peggiori Forme di Lavoro Minorile (Ipec), tuttavia il lavoro dell’Ilo, attraverso i suoi standard e sistemi di supervisione merita una menzione speciale”.

Il rapporto “Marking progress against child labour: Global estimates and trends 2000-2012”, è stato pubblicato in vista della conferenza della Conferenza Globale sul Lavoro Minorile che si terrà a Brasilia il prossimo mese. A partire dal 2000, l’ILO fa un bilancio e analizza i progressi a livello mondiale nella riduzione del fenomeno: il quarto realizzato dell’Ilo, rientra nel quadro dell’obiettivo fissato dall’Organizzazione sull’eliminazione delle peggiori forme di lavoro minorile entro il 2016. (lj)


Rapporto Ilo. Coldiretti: 100 milioni di minori sfruttati al lavoro nei campi

“Sono quasi cento milioni i bambini che lavorano nei campi soprattutto in Asia, Africa e America Latina per ottenere prodotti agricoli e alimentari spesso destinati al consumo nei paesi piu’ ricchi”

Redattore sociale, 23 settembre 2013

Roma – “Sono quasi cento milioni i bambini che lavorano nei campi soprattutto in Asia, Africa e America Latina per ottenere prodotti agricoli e alimentari spesso destinati al consumo nei Paesi piu’ ricchi”. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sui dati dell’ultimo rapporto dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) dal quale si evidenzia che i “bambini coinvolti nel lavoro minorile si sono ridotti di un terzo dal 2000, passando da 246 a 168 milioni, dei quali la grande maggioranza del 59%in agricoltura”.

Dalle rose alle banane, dallo zucchero di canna all’olio di palma, dal cacao al caffe’ fino ai gelsomini: “sono molti i prodotti importati sui quali- sottolinea l’organizzazione degli imprenditori agricoli- pesa l’ombra dello sfruttamento minorile che si concentra per il 46% in Asia, per il 35% in Africa e per l’8% in America latina. Si tratta- spiega- degli effetti di una globalizzazione senza etica che ha drammaticamente legittimato la derubricazione del tema cibo fino a farlo considerare una merce qualsiasi sul quale competere solo in termini di basso costo. Una globalizzazione dei mercati, a cui non ha fatto seguito quella della regole che ha portato allo sfruttamento di ampie aree del pianeta, dal furto di terre fertili con il land grabbing fino allo sfruttamento del lavoro minorile”.

Alla luce di cio’, “nell’ambito delle numerose iniziative messe in atto per fermare una situazione intollerabile- conclude l’organizzazione- e’ necessario intervenire con l’introduzione dell’obbligo di indicare in etichetta la provenienza dei prodotti agricoli ed alimentari commercializzati a sostegno di un vero commercio equo e solidale che valorizza i prodotti di quei territori che si impegnano a tutelare il lavoro, ma anche a rispettare l’ambiente e la sicurezza alimentare”.

Per approfondire