Bosnia, il censimento che può riaprire le ferite
Redazione 1 novembre 2013 La Gabbianella in...forma

Bosnia, il censimento che può riaprire le ferite

Corriere-della-Sera-011113Strumenti di lavoro: dalla rassegna gli aggiornamenti sulla situazione internazionale.

Il reportage – Lo Stato più martirizzato dalle guerre balcaniche nel 1992 aveva 4 milioni e mezzo di abitanti, oggi ne ha 700 mila in meno

Bosnia, dopo i morti si contano i vivi. Il censimento che può riaprire tutte le ferite

Il passo obbligato del Paese che vuole entrare nella Ue. I risultati nel 2015
di Francesco Battistini

Corriere della Sera, 1 novembre 2013

SARAJEVO – Vent’anni di silenzio. Di rimorsi. Di notti insonni. Di racconti sottovoce. Lo chiamavano il segreto di Prijedor: 1.274 morti che non si trovavano più. Musulmani e croati. Rastrellati dalle Tigri di Arkan, internati nei campi di prigionia. Si sapeva che ci fossero, non si sapeva dove. Vent’anni dopo, qualche mese fa, un vecchio soldato serbo ha deciso che non ce la faceva più: «Li abbiamo sepolti sulle colline di Tomasica». I cercamorti dell’Icmp, l’Istituto persone scomparse di Sarajevo, hanno cominciato a scavare in agosto e finora hanno tirato fuori 333 cadaveri. Tutti con un buco in testa. Diciassette sono bambini: c’è pure il più piccolo della famiglia Bacic, diciotto mesi, legato con una corda alla mamma e avvolto in una coperta col nonno e con lo zio. Le vanghe hanno ricominciato in questi giorni, prima che arrivi il freddo. Sono spuntate altre centinaia di corpi, un lavoro enorme: sette metri di profondità, tre chilometri quadrati, la più grande fossa comune mai trovata dai tempi di Srebrenica. «Mancherà qualcuno di sicuro – dice Lejla Cengic, che coordina le operazioni – i serbi sparpagliavano i resti in località lontane, per non farsi scoprire. Ci vorrà tempo per dare un nome a tutti, avere un numero definitivo».

Ci vuole tempo, non è detto che ci sia: la Bosnia-Erzegovina non ha ancora finito di contare i morti, ma l’Europa vuole che ricominci a contare i vivi. Vent’anni dopo, lo Stato più martirizzato dalle guerre balcaniche ha appena concluso il suo primo, storico censimento. Non se ne facevano dall’epoca jugoslava (1111) e per gli eurocontabili è il primo passo obbligato d’un Paese che ha avuto centomila ammazzati, ottomila desaparecidos, un milione di sfollati e, nonostante l’eurocrisi e indicatori economici peggiori del Kosovo, sogna d’entrare un giorno nell’Ue. «A Bruxelles hanno evidentemente le idee più chiare di noi», ironizza Zlatko Mijovic, opinionista di Oslobodjenie: «Ma tutto questo può avere un costo. Perché contare le teste significherà decidere quali teste contano di più. L’operazione presenta i suoi rischi». Ventiseimila funzionari porta a porta, due settimane di questionari, tre domande fondamentali: di che etnia sei, che religione pratichi, che lingua parli? Il quadro del Paese che ne uscirà – un primo abbozzo a fine gennaio, i risultati definitivi non prima del 2015 – non sarà solo un dato statistico: servirà a riscrivere il Cencelli della cariche pubbliche, quel che nel ventennio di pacificazione ha messo atacere le armi, e poi a lottizzare la pubblica amministrazione, a stabilire le quote etniche, quanti posti spettino e a chi nei tribunali o alle poste, nella previdenza o nei trasporti…

Numeri da paura. Ci sono dopoguerra esplosivi come il Libano nei quali la comunità internazionale evita da anni d’organizzare i censimenti, proprio per non accendere la miccia di pericolose rivendicazioni. In Bosnia, l’idea europea è che vent’anni siano una parentesi sufficiente. «Quanto dovevamo aspettare ancora?», si chiede retorico il capomissione Ue, Peter S¢rensen: «La riconciliazione passa per quest’indagine demografica, una pietra miliare». O una pietra tombale, come teme Mijovic: su una federazione musulmano-serbo-croata che non funziona, congelata dagli odi sopiti e mai sepolti, «paralizzata da una Costituzione inapplicabile, scritta nel’95 in una sperduta cittadina dell’Ohio e bocciata dalla stessa Europa, annullata da una presidenza tricefala che ogni otto mesi passa d’etnia in etnia». Quando scoppiò la guerra c’era una popolazione di quasi 4 milioni e mezzo, la maggioranza del 43 per cento musulmana, il resto diviso fra serbi (31 per cento), croati (17 per cento), rom, ebrei. Lost in translation, tra scappati e sterminati, oggi la Bosnia ha 700 mila abitanti in meno e le nuove percentuali sono ben visibili: i serbi di Banja Luka fanno vita a sé, Sarajevo un tempo multiculturale si sta convertendo a un islamismo soft, il Paese s’abitua ai centri culturali iraniani e ai muezzin che sovrastano le campane. La domenica mattina, al mercatino del libro sulla Maresciallo Tito, il best seller è «1oo domande sul Corano»: più richiesto di ja sam Zlatan, la biografia d’Ibrahimovic. I quindici giorni del censimento hanno riacceso polemiche, sollevato sospetti: sui funzionari pagati in nero, reclutati fra i partiti, sorpresi al bar mentre compilavano in serie i questionari oppure trovati oltreconfine, a censire serbi extra; sugli espatriati tornati dopo anni, solo per un paio di giorni e solo per aumentare i numeri del clan; sui musulmani dell’enclave serba ignorati da tutti; sui rom che hanno rifiutato di dare le generalità o hanno fornito dati falsi… Un modulo su cinque è irregolare, ipotizza l’ong indipendente Popismonitor, a Srebrenica bisognerà ripetere i rilevamenti. Non è mancata qualche macabra gaffe, come rivelato dall’Osservatorio dei Balcani: nell’area di Pale, gli ispettori Ue sono finiti a dormire negli hotel dell’orrore che servirono a consumare gli stupri etnici.

Che Bosnia sarà, lo raccontava già vent’anni fa Danis Tanovic, il regista Oscar di No Man’s Land: la metafora dei due soldati, un bosniaco e un serbo, bloccati in trincea da una mina e da organismi internazionali preoccupati solo di rispettare le regole. Prima o poi dovranno uscire, però, questi numeri del censimento. L’anno prossimo si vota per le presidenziali, il dibattito sul Porcellum locale è infinito e inconcludente, «non è un caso che s’aspetti il 2015 – sintetizza prudente il vicesindaco di Sarajevo, Aljosa Campara – meglio non aggiungere caos al caos con le nuove percentuali». A distrarre l’opinione pubblica provvedono i «Draghi» della nazionale bosniaca, per la prima volta qualificati ai Mondiali 2014 in Brasile. A farla imbestialire, problemi più urgenti: gli undicimila randagi che scorrazzano per Sarajevo, per dirne uno, branchi feroci che mandano all’ospedale cinque persone al giorno ma che, secondo una legge del 2009 illuminata d’animalismo e benedetta dall’Ue, non si possono abbattere. C’è da rabbrividire fra i ringhi, quando si passeggia in centro. E in periferia, la sera, è consigliabile l’auto. Il Parlamento bosniaco sta provando a correggere la norma, viste le proteste e la carenza di canili. Ma sui randagi, pure stavolta, la voce dell’Europa s’è fatta sentire alta e forte: la severa raccomandazione è di non «condannare alla pena di morte» le povere bestiole. Giusto. Nella terra di nessuno si scoprono piano i morti, si contano pianissimo i vivi. E nel frattempo si salvano i cani.