Armi: un mercato clandestino di morte da 5 miliardi
Redazione 10 settembre 2013 La Gabbianella in...forma

Armi: un mercato clandestino di morte da 5 miliardi

Avvenire-100913Strumenti di lavoro: dalla rassegna stampa gli aggiornamenti sulla situazione internazionale.

Un mercato clandestino di morte da 5 miliardi
di Francesco Palmas

Avvenire, 10 settembre 2013

Parla senza troppi giri di parole monsignor Silvano Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede all’Onu, da sempre impegnato contro i mercanti d’armi e i tanti interessi che vi ruotano attorno. Intervistato dalla Radio Vaticana, monsignor Tomasi ha sottolineato quanto sia stato opportuno che nell’ Angelus domenicale «il Santo Padre abbia richiamato l’attenzione del mondo sul traffico illegale di armamenti». Secondo le Nazioni Unite, smerciare armi garantisce ai cartelli criminali un reddito annuo di 170-320 milioni di dollari. Ma la cifra è ampiamente sottostimata, perché il fatturato complessivo ammonta ad almeno 5 miliardi.

Le direttrici principali di traffico riguardano il Vicino Oriente, l’Asia sudorientale e l’Africa sub sahariana. Molto più opulento è il mercato legale, che l’anno scorso ha fatturato 100 miliardi di dollari.

Crescono i trasferimenti d’armi, con percentuali a due cifre: +17% fra i quadrienni 2003-2007 e 2008-2012. Per il Sipri di Stoccolma, sono gli Stati Uniti i principali esportatori: controllano il 30 per cento del mercato e piazzano 7 gruppi Usa fra i primi 10 colossi mondiali dell’ armamento. Fra gli altri esportatori principali figurano la Russia (26 per cento), la Germania (7 per cento), la Francia (6 per cento) e la Cina (5 per cento), che ha scalzato il Regno Unito ma è oggi tallonata da Israele. In Medio Oriente i bilanci militari sono aumentati dell’ 8,4 per cento, ma è difficile conoscere con esattezza gli spostamenti d’ armi e i budget, perché Qatar, Iran, Emirati e Siria non forniscono dati.

Proprio la Siria è un esempio lampante di come possano coesistere flussi d’armi generati nel mercato legale, in quello nero e in quello grigio. Gran parte delle armi in mano ai ribelli proviene dal mercato nero. I guerriglieri pagano 4mila dollari per i razzi katiuscia e 1.500 per le armi anticarro.

Snodi cruciali per lo smistamento sono la provincia turca di Hatay, il Libano e l’Iraq. Ma attività di contrabbando pullulano anche nel mar Nero. I servizi segreti turchi, americani e giordani chiudono più di un occhio. Hanno anzi favorito i traffici illeciti provenienti dagli arsenali libici, noncuranti del trattato sulle armi convenzionali appena firmato lo scorso aprile all’ Onu.

Secondo questo testo, non ancora ratificato, bisognerebbe evitare trasferimenti d’armi che possano aggirare embarghi internazionali, favorire genocidi, violazioni gravi dei diritti umani, attività terroristiche e criminali. Dopo la guerra del 2011, c’ è stato in Libia il peggior saccheggio di armi che la storia militare conosca: dieci volte peggio che in Iraq. Armi che hanno alimentato i combattenti jihadisti in Mali, in Sinai e perfino in Nigeria, grazie alle reti di contrabbando subsahariane. Durante una recente parata di Hamas a Gaza, i miliziani hanno sfilato con armi assai simili a quelle chiuse nei magazzini libici: Ak-103/2 e fucili d’ assalto Fn-2000 belgi. Ma anche i video dalla Siria sono inequivocabili: i cannoni anticarro M-40 sarebbero passati dalla Libia alla Siria, insieme ad artiglierie, mortai e mine terrestri.

Americani ed europei non hanno mosso un dito per arginare questi flussi illegali, vedendovi anzi un mezzo di sostegno ai ribelli e un metodo spiccio per impedire che le armi libiche si spargessero troppo nel Sahel. Non meno illegali sono le forniture iraniane al regime siriano e a Hezbollah, perché Teheran è sottoposta ad embargo. Ma i persiani si fanno pochi scrupoli e stanno alimentando traffici sospetti anche con Sudan ed Eritrea, entrambi sotto embargo.