Altruismo? Faccio del bene per sentirmi bene anch’io
Redazione 19 settembre 2013 La Gabbianella in...forma

Altruismo? Faccio del bene per sentirmi bene anch’io

Panorama-190913JPGStrumenti di lavoro: dalla rassegna stampa gli aggiornamenti su Terzo settore, non profit e volontariato. Dal settimanale Panorama questa settimana in edicola.

Faccio del bene per sentirmi bene anch’io

Merito di Papa Francesco (dicono gli esperti), ma anche del «potere felicitante» dell’atto di donare tempo e soldi. Purché non sia troppo impegnativo.

di Donatella Marino e Antonella Piperno

Per fare del bene ci vuole molta pazienza. Almeno 6 mesi di lista d’attesa prima di riuscire a distribuire pasti o indumenti all’Opera San Francesco per i poveri, a Milano. Un inedito overbooking del volontariato, perché gli altruisti stanno diventando tanti: l’ultimo censimento dell’Istat, del 2011, ne ha rilevati 5 milioni, il 43 per cento in più rispetto a 10 anni fa. LAstraricerche calcola che oggi sono diventati quasi 10 milioni, sorta di nuovo esercito del bene ansioso di aiutare chi se la passa peggio. A tutto campo: con le merende ai senzatetto, l’assistenza ai malati terminali, ai vecchietti e ai detenuti, l’insegnamento dell’inglese a chi non può permettersi di pagare. Fino all’altruismo post mortem, con la donazione di organi, in aumento (oltre 1 milione 400 mila secondo l’Admo) anche grazie al passaparola buonista sui social network.

Cosa sta succedendo? Forse è merito dell’onda lunga legata all’elezione di Francesco, il nuovo «Papa buono»? Oppure sta avvenendo ciò che scrive Philippe Kourilsky ne Il tempo dell’altruismo (Codice editore): per combattere gli squilibri sociali ed economici occorre un cambiamento profondo dell’individuo prima che della società e della politica.

«Con i suoi comportamenti improntati sulla tenerezza Papa Francesco in parte è responsabile della svolta altruistica» analizza il sociologo Enrico Finzi «ma c’entra di più la crisi economica. Gli italiani non si sentivano così infelici e pessimisti da decenni e, per sollevarsi, stanno riscoprendo aspetti della vita che hanno a che fare con valori e relazioni anziché con il denaro». E se la crisi ha chiuso i portafogli (i benefattori sono crollati dal 33 al 20 per cento in 8 anni) ha fatto crescere l’impegno sul campo. Perché la generosità avrebbe un «impressionante potere felicitante».

Panorama-2A sostenerlo sono anche i responsabili di onlus e i volontari. «Il piacere di aiutare e vedere nascere un sorriso riempie l’anima» scrive per esempio Marcello, 38 anni, progettista di software, nel blog di Romaltruista. Un «santo egoismo» lo definisce Finzi. E non a caso, per la sua nuova campagna sociale, l’Opera San Francesco per i poveri ha coniato lo slogan «Siate egoisti, fate del bene». Sottotitolo: «Fare del bene è il miglior modo per sentirsi bene». «Abbiamo oltre 600 volontari, 200 dei quali medici» racconta Guia Rigoldi, responsabile marketing dell’associazione milanese «che producono 6 mila pasti al giorno e 35 mila visite mediche l’anno. Tutti raggianti alla fine dei turni». Fra questi anche dipendenti di multinazionali come Kraft e Toshiba, aziende che devolvono al volontariato un giorno di lavoro all’anno dei loro dipendenti. Perché impegnarsi collettivamente sviluppa l’aggregazione aziendale. Altruismo sì, ma al sapor di business.

Al San Francesco il volontariato è di tipo tradizionale, tre ore continue a settimana, selezione, corsi di formazione e così via. Ma per gratificare chi non sopporta un impegno costante, i nuovi «volontari liquidi», due anni fa sono nate associazioni più flessibili: Milano altruista e le sue omologhe a Roma,Trieste e in Irpinia, cui si stanno ora aggiungendo Bologna e Genova. Niente corsi ma siti web dove, spiega il fondatore di Romaltruista. it, Mauro Cipparone, tutto è più diretto: si sceglie l’attività, ci si iscrive con un clic e ci si presenta sul posto. Nei prossimi giorni, per esempio, in centro storico è disponibile l’appuntamento «Pane per chi non ce l’ha». Ai volontari (5.500 solo i romani, con 400 nuovi iscritti ogni mese) si richiede mezz’ora di tempo per ritirare il pane da un fornaio donatore e portarlo in una mensa. «Intercettiamo l’altruismo di persone nel pieno della loro vita professionale. Portano freschezza e innovazione rispetto ai volontari continuativi, soprattutto casalinghe e pensionati» chiarisce Odile Robotti, presidente di Milanoaltruista. «Ci sono anche manager che si limitano a devolvere ai bisognosi saponcini e bagnoschiuma raccolti negli hotel durante i loro viaggi di lavoro. Li rende felici, ci dicono che li abbiamo aiutati a scoprire “i loro superpoteri”».

Tutti altruisti-egoisti 2.0? No, esiste anche, segnala Finzi, un altruismo istintivo, contrapposto a quello mosso dall’autogratificazione e dal riconoscimento sociale. Anzi genetico, visto che uno studio della Hebrew University ha appena dimostrato che siamo programmati tutti con il gene dell’altruismo. Silenziato spesso dalla spinta egoistica, attivo e funzionante da rasentare l’eroismo. Esempi di «banalità del bene». Così, parafrasando Hanna Arendt, Finzi definisce i recenti casi di cronaca eroica: dai due ventenni bergamaschi che non hanno esitato a infilarsi in un’auto in fiamme per salvare i passeggeri fino alla ginecologa Eleonora Cantamessa, investita deliberatamente mentre soccorreva un indiano massacrato a sprangate.

Persone e casi eccezionali. Oggi prevale il volontariato light, perfino negli enti locali: con il progetto Ospitalità solidale il Comune di Milano offre alloggi scontati ai ragazzi. In cambio dovranno impegnarsi nel doposcuola o in attività ricreative di quartiere.

Dare per ricevere
Organi, sangue, tempo, cibo, abiti dismessi… L’invito a dare è martellante (a fianco alcune campagne pubblicitarie) e la varietà delle richieste è grande: dalla cura agli anziani all’assistenza ai malati, alla donazione degli organi post mortem, fino a semplici offerte in denaro.