Terzo settore: come raccogliere fondi
Redazione 14 maggio 2013 La Gabbianella in...forma

Terzo settore: come raccogliere fondi

Festival-fundraisingDalla agenzia di stampa Redattore sociale: l’intervista a Valerio Melandri, presidente del Festival del Fund Raising, in programma dal 14 al 17 maggio a Castrocaro Terme.

“Ecco i cinque limiti del fund raising in Italia”

Pochi fund raiser professionali, bassi salari nel non profit, nessuna propensione al rischio e all’investimento, resistenza a marketing e pubblicità, scarsa comunicazione con i donatori. Parla il presidente del Festival del Fund Raising, Valerio Melandri

ROMA – In tempo di crisi e di progressiva erosione dei sistemi di welfare pubblici, quello della raccolta fondi è un settore dalle grandi potenzialità di sviluppo, ma, almeno in Italia, ancora fortemente limitato. E’ l’opinione di Valerio Melandri, docente di Principi e tecniche di fundraising presso la facoltà di Economia di Forlì e direttore del master in Fundraising dell’Università di Bologna, e responsabile del Festival del Fund Raising 2013 che comincia domani a Castrocaro Terme.
Secondo l’ultimo censimento Istat del 2012 sul non profit, sono circa 475.000 le istituzioni senza scopo di lucro presenti nel nostro paese, un dato più che raddoppiato rispetto al censimento precedente. Eppure, rileva Melandri, per fare un esempio solo una minima parte di queste organizzazioni, circa 44 mila, cioè il 9% , è iscritta nei registri del 5×1000. Questo significa che se le organizzazioni non profit in Italia crescono numericamente, non avviene altrettanto in termini di volume di raccolta fondi.

Quali sono i principali limiti che incontra chi vuole fare raccolta fondi in Italia?
Sono molti. A cominciare dalla mancanza di professionalità adeguate: ad oggi non sappiamo quanti sono in Italia i fund raiser professionisti e non c’è ancora nessun riconoscimento di categoria definito. Poi c’è il problema della bassa retribuzione del personale: gli operatori del non profit sono normalmente pagati fino al 70% in meno in rapporto ad identici ruoli nel profit. Non si capisce perché il mondo del non profit dovrebbe essere composto da poveracci che cercano di prendersi cura di altri poveracci dovendo mettere a disposizione il proprio tempo e le proprie energie a titolo gratuito o quasi. Altro problema è la riduzione della possibilità di rischiare: nel non profit non esiste il concetto di “investimento” ma solo quello di “costo”. Mentre nel settore profit, tutti sanno che nella fase di start up di una nuova attività, i primi due o tre anni si investe, cioè si spende più di quello che si ricava per ottenere un risultato nel futuro, nel non profit questo ragionamento non vale, il che impedisce automaticamente di poter sviluppare una visione di più lungo periodo.
Il quarto limite è rappresentato dalla scarsa possibilità di ricorrere agli strumenti del marketing e della pubblicità: se si pubblicizzano le cause da finanziare, come si fa per i prodotti profit, si va subito incontro all’aspra critica di chi pensa che si stiano sprecando i soldi raccolti. Ma come si può far conoscere la bontà e l’utilità di un progetto se non lo si pubblicizza?
Infine, la mancanza di comunicazione con i donatori: ci si aspetta di ricevere donazioni senza chiederle e le organizzazioni non profit invece di comunicare i risultati raggiunti, sono più impegnate a far vedere che hanno bassi costi generali. Ma questo è un approccio sbagliato.

E qual è l’approccio giusto?
Bisogna fare un salto culturale, un cambio di mentalità. Si deve premiare chi ottiene i risultati migliori, non chi spende di meno. Il 76% degli italiani prima di donare soldi si chiede quanto di quella donazione andrà alla causa e quanto rimarrà all’organizzazione non profit (onp) per le spese generali. Soltanto il 6% si chiede se la donazione avrà un effetto positivo sulla risoluzione del problema che l’organizzazione sta affrontando. Dunque, la maggior parte delle persone si pone una domanda sbagliata, perché nasconde il vero obiettivo delle organizzazioni non profit, che non è spendere poco, bensì risolvere problemi. Tenere bassi i costi generali non è sempre indice di ottima gestione per una, perché spesso questo vuol dire anche minori investimenti e, in definitiva, meno crescita e meno innovazione. Quando si pensa al non profit, bisogna abbandonare i falsi moralismi: cos’è più etico? Prendere un euro e produrre servizi per il valore di un euro, oppure prendere quell’euro, investirlo per ottenere altri soldi e produrre servizi per un valore di circa 3 euro? Bisogna smetterla di pensare al non profit solo come residuo solidale del profit, e non come settore in grado di produrre valore da sé.

Che ruolo dovrebbe avere lo Stato nell’incentivare la raccolta fondi?
Lo Stato dovrebbe innanzitutto metterci in condizioni di poter lavorare. Servirebbe una politica di stabilizzazione del 5×1000, una riduzione della pressione fiscale sul non profit e una serie di interventi a costo zero che consentirebbero di sprecare di meno, e quindi di spendere di meno. Faccio tre esempi: conoscere i nomi di chi destina il proprio 5×1000 a una non profit. Questo permetterebbe alle organizzazioni di costruire una relazione con chi ha scelto di sostenerle e si risparmierebbe molto su tempi e costi per ricercare il donatore; per lo stesso motivo, si dovrebbe anche poter conoscere il numero di telefono di chi invia sms solidali. Infine regolare diversamente la normativa sulle tasse di successione: si potrebbero azzerare completamente per chi fa una donazione al non profit, e alzarle per chi sceglie di non donare in modo da incentivare i lasciti testamentari a favore del sociale. (Giulia Lo Giudice)